(Foto Gallery Ds - Unsplash)
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Acqua pubblica, dieci anni di promesse mancate

Dal referendum del 2011 all'ultima bozza del Recovery plan, la ripubblicizzazione dell'acqua rimane un obiettivo mancato. Le tariffe sono in aumento e gli investimenti in calo

Tommaso Meo

Tommaso MeoGiornalista freelance

22 febbraio 2021

A dieci anni dal vittorioso referendum del 2011 sull’acqua pubblica contro il profitto dei privati, le conquiste sono state poche, i costi per i cittadini sempre più alti e il modello non è quasi cambiato, mentre una legge di riforma giace al Senato da due anni. La bozza del Piano nazionale di ripresa e resilienza (Pnrr), pur contemplando la questione idrica, si limita a rafforzare il sistema esistente, allargando le competenze delle grandi aziende multiservizi. L’esatto contrario di quanto ci si sarebbe aspettato dopo il 2011.

“L'esito referendario indicava la strada verso un nuovo modello pubblico, ma da allora è cambiato poco o nulla”, spiega Paolo Carsetti, coordinatore del Forum italiano dei movimenti per l’acqua pubblica. La ripubblicizzazione dell’acqua non ha avuto seguito, a parte i casi di Napoli, Agrigento (che ha una riforma in itinere) e pochi altri Comuni più piccoli che si sono ripresi la gestione dell’acqua. “Per il resto non è successo niente – prosegue Carsetti –. Anzi, tramite una mole di provvedimenti si è tentatodi eludere, se non di cancellare, l’esito del referendum per rendere quasi impossibile la ripubblicizzazione dell’acqua”.

Recovery plan, il modello non cambia

Nella bozza del Pnrr del 12 gennaio stilata dal II governo Conte per usare i 210 miliardi di euro previsti per l'Italia da NextGenerationEU, per la tutela e la valorizzazione del territorio e della risorsa idrica sono previsti 15 miliardi di euro. Tra gli obiettivi, la riduzione degli sprechi e una gestione sostenibile. Quella che è descritta come un’importante riforma tramite il “rafforzamento della governance” non sembra però esserlo nella pratica. “Il Recovery plan allarga l’ambito di competenza, soprattutto al Sud, di alcune aziende multiservizio quotate in borsa, che gestiscono servizi fondamentali come l’acqua, i rifiuti, la luce e il gas, sempre le stesse”, spiega Carsetti.

Inoltre, per far fronte al problema del dissesto idrogeologico, l’Istituto superiore per la protezione e la ricerca ambientale (Ispra) aveva quantificato in 26 miliardi di euro le risorse necessarie. Nel piano sono state stanziate le briciole: 3,6 miliardi.

L’acqua quotata in borsa 

Per riportare l’acqua sotto il controllo pubblico un disegno di legge (ddl) ci sarebbe già, ma è fermo in un cassetto della commissione Ambiente della Camera dei deputati. L’ultimo esame risale al 2019 e sembra mancare la volontà politica di fare avanzare la proposta. Il testo – che eredita una proposta di iniziativa popolare che i movimenti per l’acqua pubblica presentarono già nel 2007 con 400mila firme – prevede di liquidare gli azionisti privati e trasformare la natura di tutte le società, attualmente di diritto privato, in enti di diritto pubblico. Non ci sarebbero più società private o miste.

Secondo Utilitalia, l’associazione dei gestori, questa riforma costerebbe 15 miliardi. Una cifra spropositata controbattono i movimenti per l’acqua pubblica che in un contro report hanno stimato tra 1,5 e 2 miliardi il costo iniziale dell’operazione. La Commissione ha anche chiesto un parere al governo che in due anni non ha mai risposto. Carsetti sostiene si tratti di una questione strumentale, frutto della sovrapposizione di interessi tra la politica e le lobby industriali del settore, per frenarne i lavori.

Per riportare l’acqua sotto il controllo pubblico è necessario sbloccare il disegno di legge presentato nel 2018 e fermo in commissione Ambiente. L'ultimo esame risale al 2019 Forum italiano dei movimenti per l’acqua pubblica

Con un appello pubblico rivolto a fine gennaio all’allora governo Conte, il Forum ha chiesto di sbloccare questa legge. Tra gli obiettivi: sottrarre all’Autorità di regolazione per energia reti e ambiente (Arera) le competenze sul servizio idrico e riportarle al ministero dell’Ambiente, investire per ridurre le perdite nelle reti idriche, agire contro il dissesto idrogeologico e combattere l'accaparramento delle fonti attraverso l'approvazione di concessioni che garantiscano il principio di solidarietà e la tutela degli equilibri degli ecosistemi fluviali.

L’iniziativa prende le mosse da una notizia che ha fatto già molto discutere: a dicembre al Chicago mercantile exchange (la borsa merci di Chicago) è stata introdotta la possibilità di scambiare contratti futures sui prezzi futuri delle risorse idriche. Chi sostiene questa svolta ritiene possa bloccare i prezzi dell’acqua favorendo agricoltori e aziende, ma in molti temono invece che i prezzi dell’acqua finiscano in balia degli speculatori.

Anche Pedro Arrojo-Agudo, relatore speciale delle Nazioni unite per il diritto umano all’acqua, ha espresso “grave preoccupazione”. Per il Forum italiano, “se oggi l'acqua può essere quotata in borsa è perché da tempo è stata considerata merce, sottoposta ad una logica di profitto e la sua gestione privatizzata”, scrivono i promotori.

Il referendum del 2011

Il 12 e 13 giugno 2011 gli italiani si sono espressi su due quesiti che riguardavano la gestione dell’acqua e in 26 milioni hanno votato per estromettere i privati e il profitto dal settore. Al referendum di quell’estate si è arrivati dopo che dal 1994 il sistema del servizio idrico era stato improntato a una logica di mercato, grazie alla netta divisione tra il bene demaniale dell’acqua, quindi pubblico, e la gestione delle infrastrutture, spesso privata. Per la distribuzione dell’acqua erano infatti i Comuni a dover scegliere a che società esterna affidare il servizio, aprendo di fatto il mercato alla concorrenza tra privati.

Nel 2008 il governo Berlusconi con una legge ha obbligato il passaggio a un gestore privato o misto pubblico-privato suscitando una mobilitazione popolare che ha portato al referendum del 2011. Il primo quesito ha abrogato quella norma, riportando la situazione a prima del 2008. Il secondo ha cancellato invece parte di un articolo di una legge del 2006 che prevedeva “l’adeguata remunerazione” del capitale investito per le società che gestivano le forniture idriche riscuotendo in bolletta. Nell’idea dei promotori, abolire il margine di profitto avrebbe significato l’estromissione dei privati dal settore idrico.

Tariffe in aumento, investimenti in calo

Dal 1996 e fino a prima della consultazione, la norma stabiliva che la tariffa per il servizio fosse calcolata sulla base del capitale investito dal gestore e il profitto era fisso al 7 per cento. Arera – che stabilisce le tariffe per i gestori tramite il metodo tariffario – ha però sostituito la “remunerazione del capitale investito” con gli “oneri finanziari del gestore”, cioè il costo del denaro che questo mette a disposizione per la società. In tariffa sono così finiti anche ulteriori costi, come i conguagli e la morosità, generando incongruenze e ricavi altissimi per le aziende, come mostra un report di Altraeconomia a sostegno del Forum italiano.

In una sentenza del 2017 il Consiglio di Stato si è pronunciato contro un ricorso dei movimenti legittimando il nuovo metodo tariffario. “In questo modo – sostiene Carsetti – ha affermato che contro questo sistema economico non c’è referendum che tenga ed è un vulnus democratico enorme”.

Negli ultimi dieci anni le tariffe sono aumentate di oltre il 90 per cento, mentre sono calati gli investimenti nelle reti idriche: il 42 per cento dell’acqua immessa è persa

Il modello che si è cristallizzato in questi anni, al netto della legittimità, non punta sugli investimenti né fa l’interesse degli utenti. Secondo i dati della Cgia di Mestre, negli ultimi dieci anni le tariffe del servizio idrico sono aumentate di oltre il 90 per cento a fronte di un incremento del costo della vita del 15 per cento. Tra le promesse disattese, i promotori del referendum lamentano inoltre il mancato aumento degli investimenti nelle reti idriche. Se si prendono in considerazione quattro delle principali società multiservizi italiane – A2a, Acea, Hera e Iren – tra il 2010 e il 2016 si è scesi dal 58 al 40 per cento degli investimenti sul margine operativo lordo. È stato poi distribuito, sotto forma di dividendi agli azionisti, oltre il 91 per cento di tutti gli utili prodotti da queste società. “Una cosa deprecabile visto anche lo stato in cui versano le reti – conclude Carsetti – secondo l’Istat  si perde il 42 per cento dell’acqua immessa nelle reti”.

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