Immagine di Dirk Rabe da Pixabay
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Ecomafie, storia di una parola e una lotta

All'origine di questo termine ci sono le battaglie di alcuni ambientalisti contro i traffici di rifiuti. Un atto giudiziario ritrovato per caso, i fax e poi l'intervento di magistrati e politici

Peppe Ruggiero

Peppe RuggieroVicedirettore lavialibera

20 gennaio 2021

Martedì 19 gennaio la Corte di Cassazione ha confermato la condanna a 18 anni di carcere, per associazione mafiosa e avvelenamento di acque, per l'imprenditore dei rifiuti Cipriano Chianese, ritenuto tra gli ideatori, per conto del clan dei Casalesi, del sistema delle ecomafie e dello smaltimento illecito dei rifiuti. Cipriano Chianese è stato riconosciuto responsabile del disastro ambientale della discarica Resit di Giugliano in Campania (Napoli), un impianto nel quale vennero fatti confluire con la regia della camorra rifiuti di provenienza lecita e illecita, in assenza di adeguate misure di controllo, determinando alla fine una situazione di gravissimo danno ambientale sul territorio. La Suprema corte ha confermato le condanne emesse in appello anche per gli altri imputati, in particolare per Filomena Menale (4 anni e mezzo), moglie di Chianese, che rispondeva di un capo relativo al riciclaggio, e soprattutto per Gaetano Cerci (15 anni di carcere), altro imprenditore dei rifiuti, ritenuti uno dei più attivi nel settore delle ecomafie per conto dei Casalesi, ovvero del clan facente capo al boss Francesco Bidognetti. Le “gesta” di Cipriano Chianese e Gaetano Cerci erano già state raccontate da Legambiente nel primo rapporto Rifiuti spa del 1994. In questo articolo ripercorriamo la storia del termine ecomafie e della lotta contro i reati ambientali.


Il termine Ecomafia nasce a metà degli anni '90. Nasce quando l'ambiente era considerato materia di puro intrattenimento. Poco considerato e privo di peso per la politica. Nasce quando nelle redazioni dei giornali arrivano flash di agenzie di stampa che parlano di ragazzi minacciati mentre vanno a una riunione contro una discarica, quando vengono ritrovati bidoni contenenti liquidi che a starci vicino provocano rossore agli occhi, quando consiglieri comunali o assessori all'urbanistica di piccoli paesi del Sud vengono minacciati o si trovano auto bruciata sotto casa. Notizie che quando vengono riprese diventano trafiletti ora nella cronaca, ora nelle pagine dell'economia. Ecomafia nasce dalla voglia di mettere insieme tutti quei tasselli in modo che non si possa far finta di non vedere.

Assemblare con lavoro certosino e costruire quel filo rosso per tenere insieme quella che era sotto gli occhi di tutti: che le bustarelle di Tangentopoli era state in gran parte bustarelle sulla devastazione ambientale, che lo sfregio del paesaggio delle regioni del Sud non era altro che un pedaggio per i voti dei mafiosi e un danno sociale ed economico grave.


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Un neologismo d'effetto, un nome nuovo del vocabolario di giornalisti e magistrati per spiegare quello si era verificato e chi si stava verificando con le immense fortune accumulate dalle immobiliari dei clan grazie all'abusivismo edilizio e ai continui condoni edilizi, del potere sempre crescente delle holding del calcestruzzo all'ombra dei nuovi appalti come Alta Velocità, dei trafficanti di rifiuti che inquinavano i nostri territori e ingrassavano i loro portafogli grazie impunità del codice penale che ignorava la parola ambiente, e soprattutto l'affacciarsi di quella zona grigia, inesplorata, in cui gli interessi della criminalità organizzata si stava saldando con la massoneria deviata e dei servizi segreti, talvolta anche loro deviati.

Natale De Grazia indagava sulle navi a perdere e traffici di rifiuti. A 25 anni dalla morte, molte domande e alcune risposte

Il documento ritrovato

Ma soprattutto quel termine che ha cambiato la storia della lotta alla devastazione ambientale nasce praticamente per caso. Siamo nei primi mesi estivi del 1993 quando volontari di Legambiente nel mettere a posto gli archivi della sede regionale della Campania trovano un documento, un’ordinanza di rinvio a giudizio nell’ambito di una delle prime inchieste che si occupano di crimini contro l’ambiente. Era l’operazione Adelphi che pochi mesi prima nella primavera del 1993 aveva fatto molto clamore con decine di ordinanze di custodia cautelare contro politici, imprenditori e camorristi accusati di aver gestito i traffici di rifiuti tra Nord e Sud dal 1988 al 1993. Nomi a cui nessuno aveva dato particolare importanza, personaggi di mezza tacca che singolarmente non dicevano nulla. Il documento viene inviato alla sede nazionale di Roma e arriva nelle mani di Enrico Fontana, giornalista e responsabile del neo Osservatorio permanente Ambiente e Legalità di Legambiente, colui che sarà inventore del termine Ecomafia. Scorrendo quei nomi Fontana ne trova alcuni che aveva già letto in altre denunce di Legambiente in altre regioni o in altri articoli di giornale.

L’invio via fax

L' ordinanza viene trasmessa via fax alle sedi regionali di Legambiente e in poco tempo si scopre che quei personaggi che gestivano questi traffici illegali di rifiuti operavano nelle Marche, in Toscana, in Liguria, nel Lazio. Quella ordinanza scoperta per caso diventa una bussola che consente alla Legambiente di trovare la rotta. I dati delle varie sedi vengono messi insieme in un dossier che viene presentato in una conferenza stampa nel giugno 1994 con il titolo: “Rifiuti S.p.a”, perché tutti quei nomi che ricorrono – nomi di imprenditori, di politici, di aderenti a logge massoniche e soprattutto di camorristi – tutti coinvolti in inchieste sul traffico illecito di rifiuti, è come se facessero parte di una grande, unica società.

Partono i primi lanci di agenzie, i primi servizi dei telegiornali, i primi articoli sulle principali testate nazionali. E arriva una telefonata che cambia il corso degli eventi. La richiesta di un incontro urgente da parte di Alberto Maritati, numero due della allora Procura nazionale antimafia.

Nell'incontro si scopre che sono ben quindici le procure che in tutta Italia stanno indagando sui traffici di rifiuti. Ognuna nel loro orticello. Ognuna all'oscuro di quanto facevano le altre. Si decide di schierare contro l'ecomafia ben cinque dei venti magistrati che compongono lo staff della Procura nazionale antimafia. Gli investigatori iniziano a scambiarsi materiali. Un processo non rapido. Diffidenze, gelosie, ostruzionismo rendono il percorso lento e faticoso.

Rifiuti in fiamme: il patto tra imprenditori, amministratori e mafie

Una parola nuova

Ecomafie: un neologismo, un termine che non si trova in alcun dizionario della lingua italiana, indica la criminalità organizzata che basa buona parte delle attività in azioni che causano il degrado del territorio e dell'ambiente

Nel dicembre del 1994 viene presentato il primo rapporto “Le ecomafie – il ruolo della criminalità organizzata nell’illegalità ambientale”, realizzato da Legambiente in collaborazione con Eurispes e Arma dei Carabinieri.

Quel primo rapporto è un punto di partenza, com'è scritto nella prefazione: “Ecomafie: un neologismo, un termine che non si trova in alcun dizionario della lingua italiana. Cosa indichi, è presto detto: i gruppi della criminalità organizzata che basano buona parte della loro attività (e delle loro entrate) in azioni che causano in maniera deliberata o meno il degrado del territorio e dell'ambiente”.

Quel neologismo era diventato finalmente cronaca giudiziaria. Da quel dicembre 1995 impegno di Legambiente continua con convegni, mobilitazioni dei cittadini, denunce, dossier e conferenze stampa. L'analisi si arricchisce e si affina. Vengono ricostruire le rotte e quantificati i rifiuti scomparsi nel nulla dal 1990 al 1993, equivalenti a 28mila tir, una sterminata colonna di 560 chilometri.

Le rivelazioni del pentito

"La monnezza è oro"

Vengono raccontate le rivelazioni fatte alla magistratura da un boss pentito, trafficante di cocaina, Nunzio Perrella, che a un incredulo Franco Roberti, all'epoca magistrato che lo interrogava, spiega come e perché “la monnezza è oro”. E soprattutto racconta quel “patto di Villaricca” tra camorristi, imprenditori, intermediari affiliati a logge massoniche e politici locali che tra il 1988 e il 1989 spalanca le porte della Campania, in particolare delle province di Caserta e Napoli, ai traffici illegali di rifiuti.

Grazie alla lettura degli atti giudiziari delle inchieste si ricostruisce la “rivolta” di Antonio Iovine, detto ò ninno, astro nascente già allora del clan dei Casalesi, che voleva imporre il pizzo sui rifiuti in ingresso in Campania e trafficati dal sodalizio di cui faceva parte Perrella. Senza sapere che alla spartizione di quella torta già partecipava un altro boss del suo stesso clan, Francesco Bidognetti. Il pizzo della camorra alla camorra: un'anteprima assoluta, “scongiurata” da un accordo tra i boss che fa contenti tutti. Si raccolgono le prime notizie riguardanti il ruolo della massoneria deviata, compresa quella di una visita, registrata dalla polizia giudiziaria di Arezzo il 4 febbraio del 1991, di Gaetano Cerci, braccio imprenditoriale dei Casalesi che per conto del sodalizio criminale si dedicava alla ricerca dei siti per lo smaltimento illegale dei rifiuti, a Licio Gelli, nella “storica” Villa Wanda. Contenuti e ragioni del presunto colloquio, che Cerci nega di avere avuto e che non avrà comunque conseguenze giudiziarie, restano un mistero.

Rifiuti, nelle falle del sistema si infiltrano gli ecocriminali

Si muovono i politici

Anche il parlamento comincia a reagire. A presentare la prima proposta di legge per l'istituzione di una Commissione d'inchiesta sui traffici illegali di rifiuti, è Massimo Scalia, storico dirigente di Legambiente, allora parlamentare dei Verdi. Tra i firmatari figura anche l'attuale presidente della Repubblica, Sergio Mattarella. Il voto favorevole della Camera arriverà il 20 giugno del 1995, a un anno dalla presentazione della relazione “Rifiuti Spa” e sei mesi dopo il primo rapporto sull’ecomafia.

Sembra di essere vicini all'apertura di un “vaso di Pandora” dopo anni di silenzi, omissioni, connivenze e complicità sui traffici di rifiuti e materiali radioattivi nel nostro Paese. Un lavoro di ricerca che s'intreccia con la vicenda dei traffici illegali di rifiuti verso la Somalia, in particolare nell'area di Garoe-Bosaso, e l'uccisione a Mogadiscio, avvenuta il 20 marzo del 1994, di Ilaria Alpi e Miran Hrovatin, che su quei traffici e su quelli, correlati, di armi stavano lavorando.

Appena insediata, la Commissione d’inchiesta presieduta da Scalia mette in calendario un fitto programma di lavori, fatto soprattutto di missioni e audizioni. È lo Stato che si muove. E fa sul serio: forze dell'ordine mobilitate; prefetture messe al lavoro; magistrati che finalmente possono raccontare in una sede istituzionale quello che vedono e le difficoltà che incontrano; assessori regionali e provinciali chiamati a rendere conto delle loro inerzie; associazioni e comitati di cittadini che possono consegnare dossier e documenti. Si alzano in volo, tra Napoli e Caserta, gli elicotteri messi a disposizione dalla Guardia di finanza e dal Corpo forestale dello Stato che riprendono i famigerati “laghetti”, ex cave abusive di sabbia, gestite dal clan dei casalesi trasformate nel corso degli anni, dopo il “patto di Villaricca”, in discariche abusive di rifiuti. Eppure tutto questo nei “palazzi del potere” non esiste. Mentre le Relazioni approvate all'unanimità dalla Commissione presieduta da Scalia e trasmesse alla presidenza della Camera dei deputati restano sostanzialmente lettera morta.

Di nuovo al lavoro

Nel 1999 il termine entra ufficialmente nella lingua italiana, neologismo riconosciuto dal vocabolario Zingarelli

La strada è ancora lunga. L’unica reazione è rimettere mano al lavoro avviato nel 1994 con il primo rapporto Ecomafia. La squadra composta da Enrico Fontana e da me si arricchisce di nuovi e appassionati “ricercatori”: Nunzio Cirino Groccia e Stefano Ciafani. I rapporti con le forze dell'ordine, anche grazie al lavoro svolto in quei due anni, si allargano: oltre alla collaborazione con il Nucleo operativo ecologico dell'Arma dei carabinieri si rafforza quella con il Corpo forestale dello Stato, si attivano quelle con la Guardia di Finanza, la Polizia di Stato e le Capitanerie di porto. Cresce il volume dei dati disponibili. E cambia anche la modalità con cui vengono registrati nei database i risultati raggiunti dalle forze dell'ordine: da poche categorie (all'inizio soltanto due, abbastanza generiche, “ecologia” e “ambiente”) alla possibilità di “radiografare” l’illegalità ambientale in senso ampio e più nel dettaglio i due “cicli” più importanti dell'ecomafia: quello del cemento (dalle cave ai cantieri abusivi) e quello dei rifiuti (dalle discariche ai traffici illeciti).

Il nuovo Rapporto viene presentato il 29 gennaio 1997. E contiene numeri che da allora verranno sempre aggiornati, anno dopo anno: i reati ambientali accertati dalle forze dell'ordine, le persone denunciate e arrestate, la distribuzione geografica degli illeciti, il business stimato, i clan censiti. E vengono elencate le proposte. Soprattutto l'introduzione di nuove sanzioni penali relative ai crimini contro l'ambiente, ancora del tutto inadeguate. Due anni dopo, nel 1999 il termine “ecomafia” entra ufficialmente nella lingua italiana, come neologismo riconosciuto dal prestigioso vocabolario Zingarelli. Sono passati “appena” cinque anni dalla presentazione dei primi dossier sulla Rifiuti Spa e dal primo Rapporto Ecomafia.

La commissione Ecomafie "indaga" sui rifiuti del Covid

Le norme del 2001

Soltanto nel 2015 nel codice penale vengono introdotti i reati ambientali

Si deve aspettare l’8 marzo 2001 per vedere approvata la norma per cui trafficare rifiuti diventa un delitto, si possono fare intercettazioni telefoniche e ambientali, si può contestare l'associazione a delinquere. Infatti viene inserito nel disegno di legge “Disposizioni in campo ambientale” un emendamento che introduce l’articolo 53 bis del cosiddetto decreto Ronchi (oggi art. 452 quaterdecies del codice penale) che introduce un delitto specifico per i traffici illegali di rifiuti, con pene reclusive da uno a sei anni.

La legge viene pubblicata sulla Gazzetta ufficiale il 4 aprile e la storia delle inchieste sui traffici illegali di rifiuti in Italia cambia radicalmente, come dimostrano le innumerevoli indagini, con centinaia e centinaia di arresti, che sveleranno nel corso degli anni successivi, da Nord a Sud e oltre i confini nazionali gli sporchi affari, le rotte e i protagonisti di quell'attività criminale fino a quel momento impunita. È solo una prima tappa. Il traguardo finale per vedere l'introduzione dei delitti contro l'ambiente nel codice penale è ancora molto lontano. Una vera chimera. Tutto fermo.

Un passo avanti e dietro indietro. Un atteggiamento ingiustificabile davanti alla gravità dei fenomeni denunciati. L’approvazione della legge è ostacolo di un sistema politico troppo spesso “avvitato” su se stesso, sulle sue polemiche interne, sovente distratto, per usare un eufemismo, quando si deve misurare su questioni più vicine alla vita dei cittadini; di un sistema imprenditoriale, che si è arroccato in un silenzioso ma efficacissimo “ostruzionismo”, privilegiando di fatto gli interessi di quelle imprese, grandi e piccole, che praticano il dumping ambientale come strumento di concorrenza.

Dobbiamo aspettare il 19 maggio 2015 per vedere finalmente e definitivamente approvata questa legge che fa diventare realtà il tanto agognato inserimento dei delitti ambientali nel codice penale. Grazie alla nuova legge la parola ambiente entra nel codice penale con i cinque nuovi delitti di inquinamentodisastro ambientale (con pene fino a 15 anni di reclusione), traffico di materiale radioattivoomessa bonifica e impedimento del controllo. Sono previste aggravanti ecomafiose, nei casi di lesione o morte, il raddoppio dei tempi di prescrizione, la confisca dei beni e sconti di pena per chi si adopera per bonificare in tempi certi. 

Ci sono voluti ventun anni perché venisse approvata una legge necessaria. Ventun anni dove da Nord a Sud ci hanno guadagnato tutti. Politici, mafiosi, imprenditori, colletti bianchi. Tutti tranne i cittadini che hanno visto le proprie terre martoriate. Che hanno visto ammalarsi e poi morire i propri familiari. E che spesso sono stati criminalizzati se hanno alzato la voce. Una cittadinanza, una comunità ben consapevole che la lotta agli ecocriminali non è finita. La partita continua.

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