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Alle cittadine non far sapere

Lo stato di emergenza provocato dalla pandemia ha concentrato il potere nelle mani dell'esecutivo e dei commissari. Ne hanno risentito gli spazi di confronto e la trasparenza

Elena Ciccarello

Elena CiccarelloDirettrice responsabile lavialibera

15 gennaio 2021

Fate un esperimento: cercate su Google l’espressione “mi assumo la responsabilità” in associazione al soggetto premier Conte. Otterrete quasi 11mila pagine che riportano entrambi i contenuti, tra media e fonti ufficiali. Ripetete poi l’operazione inserendo il cognome dei premier precedenti: scoprirete che tutti stanno su cifre di gran lunga inferiori. Pur considerando che i contenuti online crescono nel tempo, colpisce che lo stesso Matteo Renzi, secondo in classifica, non superi quota seimila risultati. 

Il giochino ben rappresenta, senza alcuna pretesa scientifica, ciò che è accaduto dall’inizio della pandemia. Lo stato di emergenza reso necessario dalla grave crisi sanitaria ha concentrato il potere nelle mani dell’esecutivo e degli organi collegati, creando alla lunga lista di comunicazioni dal tenore paternalistico, del tipo “fidatevi di noi”. Nei fatti, l’adozione di misure straordinarie è stata accompagnata da una contrazione del ruolo del Parlamento e degli spazi di confronto, nonché da una minore trasparenza e conoscenza dei cittadini delle modalità attraverso cui sono state assunte decisioni e impiegate risorse pubbliche nel corso di tutto il 2020. 

Il (falso) dilemma tra emergenza e trasparenza

Lo abbiamo sperimentato anche nel giornalismo. L’“inatteso” rilancio del ruolo dell’informazione, sottolineato anche dal presidente della Repubblica Sergio Mattarella, è per lo più coinciso con una rafforzata dipendenza del sistema mediatico dalle fonti ufficiali, pubbliche o riservate che fossero. Costretti alla scrivania e a una routine informativa dettata dal governo, durante il lockdown i media (che già non godono di ottima salute) hanno fatto i conti anche con la sospensione del diritto di accesso ai dati (Foia) e con l’indisponibilità di informazioni su quanto avveniva, ad esempio, nelle rsa, negli istituti penitenziari, nei sert e persino nelle stazioni appaltanti. Per fare un esempio, l’Autorità anticorruzione (Anac) ha denunciato che su più di 14 miliardi stanziati in appalti per la crisi sanitaria, solo 5,5 sono stati tracciati e resi trasparenti dalle stazioni aggiudicatarie.

In questo quadro di scarsa trasparenza, anche strumenti di prevenzione come l’Anac o il forum dell’Open Government (che riunisce rappresentanti della società civile, dell’università, delle imprese e delle associazioni di tutela dei consumatori), anziché valorizzati, sono stati marginalizzati dalle strategie di gestione della pandemia. Il monitoraggio su abusi di potere e interessi criminali è stato demandato quasi esclusivamente a strutture di contrasto e questa scelta, in assenza di altre forme di controllo civico e giornalistico, riproduce la posa paternalistica tra governo e cittadini di cui si è detto sopra. 

Ottenuto il Recovery fund, chi controllerà come saranno usati quei fondi?

Pure la verifica delle reali capacità delle mafie di approfittare della contingenza storica, della crisi economica e dei miliardi del Recovery plan, non può prescindere da una approfondita conoscenza di quanto accade sul piano dei governi locali e nazionale. Posto che lo stesso Organismo di monitoraggio e analisi sul rischio di inquinamento criminale dell’economia, voluto dalla ministra Luciana Lamorgese, scrive nel suo ultimo rapporto che “il rischio potenziale al momento non offre evidenze investigative – giudiziarie”, gli indicatori di rischio non mancano e non è una buona idea ridurre al lumicino il controllo diffuso. La conoscenza e la partecipazione dal basso, se associati a una buona informazione, possono invece giocare un ruolo cruciale per evitare abusi di potere, corruzioni, inefficienze, ma anche speculazioni criminali e mafiose.

Il femminile usato nel titolo, per rappresentare la totalità di cittadini e cittadine, nasce dalla scelta de lavialibera di non ricorrere meccanicamente al cosiddetto maschile generico e di tenere conto, senza rigidità, delle potenzialità politiche e sociali di un linguaggio maggiormente inclusivo

Da lavialibera n° 6 novembre-dicembre 2020

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