La famiglia di Khadija e Abdel Moein, nella comunità "Il filo d'erba"
La famiglia di Khadija e Abdel Moein, nella comunità "Il filo d'erba"

Dalla Siria a Torino, la storia di Khadija: "Mia sorella, rimasta ad Hama nella morsa del gelo"

È arrivata in Italia con l'ultimo corridoio umanitario, ma la sua famiglia vive nelle campagne di una città della Siria centrale che si trova a sud di Idlib, dove continua l'assedio del regime. Secondo l'Onu, un milione di persone è in fuga

Rosita Rijtano

Rosita RijtanoRedattrice lavialibera

24 febbraio 2020

In 9 mesi oltre 1700 morti e un milione di sfollati a Idlib, nella Siria nord-occidentale: il più grande esodo di massa dall'inizio del conflitto, nel 2011Fonte: Onu

RIVALTA - L’ultima volta ha sentito la sorella qualche giorno fa. Non ricorda  quando, ma ricorda cosa le ha detto: “Nevica”. La neve non è una buona notizia nelle campagne della Siria centrale devastate dalla guerra. “Io sono scappata quattro anni fa, ma lei vive ancora lì. Al momento so che sta lottando contro il freddo e non molto altro”, racconta. Khadija è arrivata in Italia il 30 gennaio scorso grazie a un corridoio umanitario che dal Libano, dove viveva in un campo profughi, l'ha portata a Rivalta, in provincia di Torino. Ma la sua famiglia è rimasta ad Hama, 104 chilometri a sud di Idlib, dove continua l'assedio delle forze del regime di Bashar al-Assad che negli ultimi mesi ha causato oltre 1700 morti e un milione di sfollati: il più grande esodo di massa dall'inizio del conflitto, nel 2011, a oggi.

Hama non è più bombardata, ma gli abitanti sono rimasti senza casa, cibo, luce e gas. Khadija e la sorella riescono a parlare di rado, concedendosi solo qualche breve telefonata e qualche messaggio di tanto in tanto. Spesso la conversazione si concentra sul tempo. “Un escamotage per sapere come vanno le cose – spiega –. Mi manca ogni giorno, ma ho paura che possa essere arrestata con l’accusa di avere contatti con i profughi al di fuori del Paese, come accaduto a mio marito in passato. Meglio non chiamarla”.

La famiglia di Khadija e Abdel Moein, con le volontarie di Operazione Colomba
La famiglia di Khadija e Abdel Moein, con le volontarie di Operazione Colomba

Nella morsa del gelo

Ha l'aria rassegnata e distesa, Khadija. L'aria di chi dopo aver passato gli ultimi tre anni in una tenda insieme al marito, al fratello e ai cinque figli, ha trovato un posto che può chiamare casa qui, nella caliginosa pianura piemontese. Nella cascina della comunità “Il filo d’erba” (Gruppo Abele) la nuova vita di questa donna siriana sembra un ritorno al passato. Come se le lancette fossero state spostate indietro: a prima delle bombe, alla normalità. Una normalità che in un pomeriggio d’inverno ha l’odore del pollo, cotto al forno con spezie e patate, il suono delle grida di gioia di Abdel, tre anni, che non la smette di correre da una stanza all’altra, e i sorrisi di Manar, la piccola di casa, tra una poppata e l’altra. È nata un anno fa ed è affetta da idrocefalia: una condizione che determina l’accumulo di liquido cerebro-spinale nei ventricoli cerebrali.

Khadija la riempie di baci a schiocco e non si scompone nel ricordare la fuga durante i bombardamenti, la traversata delle montagne a piedi nella notte, gli stenti della vita da profuga, le giornate passate di ospedale in ospedale nel tentativo di curare la neonata. La voce le si incrina solo quando parla di ciò che si è lasciata alle spalle, nella sua città natale, Hama: non solo la sorella e i nipoti, ma anche la mamma e il papà. “Non hanno cibo, né elettricità, né gas. L’unico alimento disponibile è il saj, il pane tradizionale, che viene cucinato su dei focolai allestiti con le pietre all’esterno delle case. Le temperature sono talmente rigide che durante la preparazione si congelano le dita delle mani. Per scaldarsi bruciano i vestiti dei bambini, le pellicole di plastica, di tutto. Spero solo di rivederli vivi”.

"Per scaldarsi bruciano i vestiti dei bambini, le pellicole di plastica, di tutto. Spero solo di rivederli vivi" Khadija

Un milione di persone in fuga

Hama è 104 chilometri – un’ora e mezza di macchina – a sud di Idlib: la regione in cui si trovano le ultime roccaforti nelle mani dei ribelli, dove in queste ore sta continuando l’attacco del regime siriano di Bashar al-Assad supportato dall’aviazione russa. Una situazione che negli ultimi nove mesi ha provocato almeno 1700 morti e oltre un milione di sfollati. Secondo i dati delle Nazione Unite, almeno 150mila sono fuggiti nelle ultime due settimane di gennaio: il più grande esodo di massa dall’inizio del conflitto, nel 2011, a oggi. “Stiamo assistendo a uno tsunami umano”, ha raccontato il direttore di un ospedale che si trova in una zona supportata da Medici senza frontiere. “Negli ultimi giorni, abbiamo visto decine di migliaia di persone fuggire nelle loro auto. Adesso ci vogliono circa tre ore per percorre appena trenta chilometri perché tutti sono in strada e in movimento”.

La maggior parte di loro fa rotta verso il confine con la Turchia che, però, il governo di Recep Tayyip Erdogan ha chiuso da tempo per evitare un ulteriore aumento dei profughi siriani nei suoi territori, al momento circa quattro milioni. I campi profughi sono pieni, così come le scuole e gli edifici abbandonati. Le famiglie, che spesso si trovano ad affrontare il terzo o quarto sfollamento, si arrangiano piantando nei campi tende di fortuna. A soffrirne sono soprattutto i bambini, almeno 200mila in base alle stime di Save The Children, costretti a vivere al freddo. Un freddo che uccide come dimostrano le storie di Imam, un anno e mezzo, e di Abdul, un neonato di poche settimane: entrambi morti nei giorni scorsi per assideramento.

Arresti arbitrari e torture nelle carceri del regime

La famiglia di Khadija cammina in casa a piedi scalzi, nonostante il gelo entri dalle finestre lasciate aperte. Ma il freddo dell’inverno siriano, durante il quale si toccano anche i dieci gradi sotto zero, “è un’altra storia”, assicura Khadija, e lo rammenta ancora. “Faceva freddo anche la notte in cui siamo fuggiti – dice –. Siamo scappati durante un bombardamento, senza neanche avere il tempo di mettere le scarpe. Per raggiungere il Libano abbiamo pagato dei trafficanti che ci hanno fatto camminare fino al mattino tra le montagne, su sentieri ripidi e stretti. Eravamo divisi in due gruppi: davanti le donne e i bambini, dietro gli uomini. Mi hanno separato da mio figlio di 13 anni perché doveva stare in coda. Ho provato a ribellarmi, ma non sono riuscita a ottenere nulla. Se fosse accaduto qualcosa, non saremmo stati vicini. È stato il momento più difficile, ma non avevamo altra scelta. Dovevamo raggiungere mio marito”.

Abdel Moein è un uomo tarchiato e allegro che oggi ride davanti a una tazza di caffè raccontando che questa mattina è stato fermato dalla polizia di Rivalta: aveva dimenticato i documenti, che gli hanno suggerito di portare sempre con sé. “Mi mancavano i vecchi tempi”, scherza. Ha preceduto la famiglia in Libano nel 2017 perché temeva per la sua vita dopo essere stato imprigionato due volte senza motivo. La prima nel 2013, con l’accusa di avere avuto contatti telefonici con dei profughi in Libano. La seconda nel 2016, per aver cantato dei cori anti-Assad. “In entrambi i casi non era vero. Ho sperato in un rinnovamento, ma non ho mai partecipato alle proteste. Nelle carceri dei servizi segreti di Hama, dove mi trovavo, c’erano circa cento persone incarcerate per gli stessi motivi: accuse false che sfruttano come pretesto. In cella mi hanno incatenato a una ruota e bastonato. Gli altri subivano le stesse torture: sentivo continuamente urla e pianti. Sono riuscito a uscire, ma in molti non ce l’hanno fatta. Del marito di mia sorella, catturato a un posto di blocco al confine con il Libano, non abbiamo notizie da anni”.

"In cella mi hanno incatenato a una ruota e bastonato. Gli altri subivano le stesse torture: sentivo continuamente urla e pianti" Abdel Moein

La vita da profughi in Libano

“Una volta arrivati in Libano, l’unico sollievo è stato per le nostre orecchie: finalmente non dovevano più sopportare i bombardamenti – racconta Abdel –, ma la vita non è migliorata. Abitavamo in una tenda, nel campo di Tel Abbas (Libano del nord ndr), e quando uscivamo, ci insultavano”. Non è una vita facile, quella dei profughi siriani in Libano: il paese ospita il più alto numero di profughi pro capite del mondo e al tempo stesso non riconosce la convenzione di Ginevra sui rifugiati del 1951. I siriani presenti sul territorio, almeno un milione e mezzo di persone, faticano a sopravvivere: non possono chiedere asilo, né ambire allo status di rifugiato, né lavorare, se non in nero; per non parlare dell’assistenza sanitaria, inaccessibile se non a caro prezzo. “Nell’ultimo anno ci siamo indebitati per tentare di curare Manar. A volte l’hanno operata con strumenti chirurgici non puliti perché non avevamo pagato abbastanza. Il risultato è stata una paresi alla mano”.

Abdel Moein con Manar
Abdel Moein con Manar

Un incubo finito grazie all’aiuto di Operazione Colomba, associazione che lavora nei campi profughi libanesi. La famiglia è riuscita ad accedere ai corridoi umanitari per l’Italia, organizzati dalla Federazione delle Chiese Evangeliche in Italia, dalla Tavola valdese e dalla comunità di Sant’Egidio. L'ultimo volo il 30 gennaio scorso. All’atterraggio a Roma l’accoglienza è stata sorprendente, arrivati a Torino, l'agenda dei figli si è subito riempita di impegni: sono già stati invitati alle feste di carnevale, “anche se non sappiamo cosa sia”. E a Manar sono bastati pochi giorni per riuscire a muovere di nuovo qualche dito. “Non potevamo sperare di meglio – conclude Khadijah –. Ora vorrei solo poter tornare a casa e riabbracciare la mia famiglia”.

Hanno collaborato Alessandro Ciquera (traduttore e volontario dell'associazione Operazione Colomba) e Francesca Dalrì (redattrice lavialibera)

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