Giordana: "La meglio gioventù non è stata d'esempio"

Il cinema, l'impegno civile e le piattaforme online. Marco Tullio Giordana, regista de "La meglio gioventù" e "I cento passi" si racconta

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Andrea Zummo

16 aprile 2020

"I giovani sono sempre gli stessi. Attenti, desiderosi di imparare. Come siamo stati noi padri e, prima di noi, i nostri genitori. Questa riserva aurea di intelligenza e di sensibilità si rigenera di continuo, sta a noi raccoglierla". Marco Tullio Giordana, regista emerito del cinema italiano, in quarant'anni di carriera si è dedicato al cinema, alla televisione e al teatro. Si è occupato di quello che un tempo si sarebbe definito cinema di impegno civile, raccontando del post Sessantotto, della mafia, di Piazza Fontana e del terrorismo, di Pasolini. Pensavamo fosse alle prese con un nuovo film, ma non è così, almeno per adesso. "Stavo preparando il film in autunno, ma poi non ci siamo trovati d'accordo con il produttore. Ho voluto cercare una situazione che garantisse di più me, oltre che la qualità del film e le sue ambizioni. Nel frattempo è uscito il libro che lo ha generato e si intitola Il rosso & il nero. Un testo scritto a quattro mani con il giornalista Lirio Abbate".

L’esordio

La storia è sempre entrata di prepotenza nel cinema italiano

Sciolto il mistero la nostra conversazione può prendere il largo. "Il mio impegno? Non è stata una scelta, ma il frutto della mia formazione. Sono nato nel 1950, ho debuttato con il mio primo film Maledetti vi amerò, interpretato da un meraviglioso Flavio Bucci, che piango. Il Neorealismo è stato fondamentale per me, con quella fioritura straordinaria del cinema del dopoguerra fino agli anni Sessanta, il Paese che si ricostruisce unito, volendo lasciarsi alle spalle la conflittualità della guerra, anche quella civile. Credo che mi abbia molto influenzato: quando ho scritto il mio primo film ho parlato della nostra storia, più che della mia biografia. Quella prospettiva si è trasformata poi in una sorta di vocazione che risulta lampante solo perché oggi non ci sono molti esempi simili; una volta, invece, ce n'erano moltissimi: penso solo a Gianfranco Rosi, Elio Petri, Giuliano Montaldo, Damiano Damiani. La storia è sempre entrata di prepotenza nel cinema italiano. Prova d'orchestra di Fellini: lui avrebbe potuto rimanere nel suo immaginario straordinario e invece diresse un film illuminante sui tempi che correvamo allora".

A costo di risultare un po’ irriverenti e con una certa curiosità, chiediamo se non abbia mai pensato di cimentarsi nel genere della commedia. "Continuamente. Non è che ci sia una gerarchia, con il cinema di impegno civile che sta su un piedistallo e tutto il resto sotto. Penso a cineasti come Dino Risi, Mario Monicelli, Luigi Comencini, nei quali spesso la Storia è presente, basti pensare a film come La grande guerra o Tutti a casa o Una vita difficile. Il cinema italiano è di per sé civile, non vuole raccontare solo personaggi, ma anche inserirli in un contesto che vuole spiegare. Mi piacerebbe fare una commedia, non è escluso che questo avvenga prima o poi, con un produttore che si fidi del mio senso dell'umorismo".

Rappresentare la mafia

Il cinema italiano deve raccontare il fenomeno criminale perché quello è il punto centrale del nostro Paese e il cinema (ma anche il giornalismo e la letteratura) finalmente lo sta capendo. Raccontarlo significa affrontare un aspetto fondamentale, senza il quale non si capisce l'Italia

Giordana ha diretto due film in cui si parla di mafia, raccontando prima Peppino Impastato, poi Lea Garofalo. Gli chiediamo come si fa a raccontare la mafia senza incorrere nella fascinazione o nella mitizzazione. "È molto difficile perché il cinema trasforma in eroi i propri protagonisti. Bisogna rispettare un equilibrio molto sottile, ma possibile, in cui quello che racconti mostra l'indecenza e l'impraticabilità del crimine anziché suggerirlo come elemento di fascinazione involontaria. I cento passi e Lea partono con un vantaggio, quello di non raccontare la storia di delinquenti, ma di due persone che, pur provenendo da famiglie mafiose, rompono con questa linea di sangue".

Ci piacerebbe però sapere se c’è un altro tema che il cinema italiano avrebbe il dovere di raccontare e la risposta non lascia dubbi: "Il fenomeno criminale perché quello è il punto centrale del nostro Paese e il cinema (ma anche il giornalismo e la letteratura) finalmente lo sta capendo. Raccontarlo significa affrontare un aspetto fondamentale, senza il quale non si capisce l'Italia, o meglio la si capisce solo in modo pittoresco. Considero l’attenzione crescente un fatto positivo perché significa aver individuato il dramma del nostro Paese".

Il cinema al tempo di Netflix

Il cinema cambia, le piccole sale chiudono e le piattaforme online come Netflix o Amazon hanno un grande successo di pubblico. "Le sale chiudono perché 30 anni fa non si è investito in un'operazione importante. Negli anni Cinquanta si staccavano 800 milioni di biglietti l'anno. Noi abbiamo trasformato le grandi sale in multisala, al contrario di quello che è avvenuto in Francia, dove sono state frazionate in tante piccole sale dove si può vedere di tutto e anche assicurare una resistenza ai film più ostici. Questo non è stato fatto in Italia dove si è puntato sulle multisale, a scapito del cinema di qualità. Nel frattempo, la televisione generalista ha divorato il cinema e oggi le piattaforme hanno alcuni vantaggi: non sono bombardate di pubblicità e danno la possibilità di vedere film molto più spregiudicati di quelli che vedi in televisione. Quindi non sono contrario alle piattaforme, anzi mi auguro che si moltiplichino e che questo abbia un'influenza sul resto. Per aumentare le sale, c'è sempre tempo. Meglio tardi che mai".

L’odio odierno peggio del fascismo

E a proposito di storia e di fascismo, chiediamo cosa ne pensa degli episodi di odio o le minacce a Liliana Segre: "Penso che questi sono indegni persino del fascismo, e non lo dico per scandalizzare. Il Fascismo non è stata una caricatura criminaloide come sono queste frange. Ad ogni modo, se qualcuno crede che sia tutta propaganda, tutto costruito o finto, è in malafede. Sono dei criminali e basta, senza attenuanti e giustificazioni". Forse la scuola e il mondo adulto hanno delle responsabilità in proposito. "Certamente c'è una responsabilità educativa, ma direi che è principalmente il frutto di una classe dirigente che ha ridotto la scuola così. Lo dico sentendomi profondamente in colpa, perché appartengo alla generazione che, salita al potere dopo aver detto tanto male dei padri, si è rivelata incompetente. Il mondo adulto ha una grande responsabilità per aver cresciuto i suoi figli senza fare l'unica cosa che conta: dare l'esempio".

E a proposito de La meglio gioventù, film del 2003, altro spunto di riflessione è la partecipazione giovanile dei giorni nostri come le Sardine o i Fridays for future. "I giovani sono sempre lì che chiedono aiuto, magari anche nei loro modi irrispettosi, un po' tracotanti o seccanti, ma è a noi che tocca la comprensione, non a loro. Ci vorrebbe una classe dirigente completamente diversa, purtroppo. Mi sono schierato da giovane con la cultura e guardo alla politica con estrema diffidenza, forse gli uomini di cultura e gli uomini politici dovrebbero tornare a darsi del Lei. L'unica organizzazione per la quale mi sento di spendere una testimonianza è Libera, proprio perché è libera: questa idea di mettere al centro della propria essenza la necessità dell'uomo di essere libero, per me è la realtà più bella nata in Italia in questi ultimi anni. Le Sardine hanno riaperto una comunicazione orizzontale e questo è fondamentale, perché nella verticalità c'è qualcuno che ti dice cosa devi fare e tu obbedisci o ti deprimi".

Altri progetti per il futuro? "Mi piacerebbe parlare di quel grande intellettuale del Novecento che tutti conosciamo e che è stato Leonardo Sciascia, forse perché questo è anche il periodo in cui le élites sono additate all'odio. Vorrei raccontare in cosa è stato così diverso e straordinario (insieme a Pasolini), capace di non amare la politica pur essendone irretito, oltre che di essere un incredibile testimone del suo tempo".

Da lavialibera, n°2 marzo-aprile 2020

 

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