"Libia", un "fumetto" che ti prosciuga dentro

Francesca Mannocchi e Gianluca Costantini compongono un sodalizio perfetto per un lavoro di graphic journalism prezioso, che racconta in sei capitoli le evoluzioni recenti di una nazione incerta, ma soprattutto di un popolo

Piero Ferrante

Piero Ferranteredattore Gruppo Abele

28 gennaio 2020

Sono tre pagine. Arrivano a un certo punto. Non c’è nemmeno indicato quale sia, questo punto. Libia è così, non ha numeri di riferimento. Ti scompiglia e ti confonde. Come un vento che non puoi scansare. Tre pagine che quando ne esci, da quel vento di parole e immagini, ti accorgi che ti ha percosso non solo in faccia, seccandoti gli occhi: ti ha proprio fatto sventolare le viscere e ti ha prosciugato tutto pure dentro. 

Tre pagine, Francesca Mannocchi che entra nel centro di detenzione di Zawiya, 1200 prigionieri stipati a terra, un poliziotto che le passa una mascherina e lei che dice: "Come si fa a incontrare il volto di centinaia di uomini innocenti detenuti in quelle condizioni senza alcun motivo e coprirsi la faccia. Ma come si fa? In un gesto dire loro: tu puzzi. Tu scappi dalla fame, dalla guerra, dal terrorismo, ti hanno arrestato senza motivo… e tu, puzzi". 

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