Willie Peyote: "Non siamo liberi. Siamo egoisti"

Willie Peyote si racconta a lavialibera tra l'uscita del nuovo singolo, La depressione è un periodo dell'anno, e Sanremo

Emanuele Frijio

Emanuele FrijioStudente di Scienze psicosociali della comunicazione Milano Bicocca

Aggiornato il giorno 1 marzo 2021

Al Festival di Sanremo 2021, che comincia il 2 marzo, tra i cantanti in gara, ci sarà anche Willie Peyote. Il rapper torinese presenterà il suo brano Mai dire mai (La locura). Lavialibera lo ha intervistato per il sesto numero del 2020. 

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"Io mi sento un rapper, però non è detto che quello che faccio sia rap. Non ho un genere di riferimento, mi piace sperimentare. Sono un po’ tutto e un po’ niente". Si presenta così Guglielmo Bruno, in arte Willie Peyote. Un artista che nel corso della sua carriera ha affrontato svariati temi come il calcio, il razzismo e le minoranze. Durante la pandemia non si è fermato, facendo uscire nuovi brani ma anche aiutando tecnici e musicisti in difficoltà. "Ho partecipato a diverse iniziative come 'Scena Unita' e 'La musica che gira' che hanno portato a un dialogo, seppur complicato, con le istituzioni". In questo tempo, ha sentito la mancanza dello stare col pubblico: "Dopo tutti questi mesi di assenza ho capito che andare a un concerto live mi provoca un’emozione. Dal vivo ascolto anche gruppi che sul disco non ascolterei mai. Nella mia vita ha una parte fondamentale. Così come mi emoziona andare allo stadio, in quella zona franca che si crea, quel tipo di condivisione con persone che fuori da lì non vorresti mai avere accanto, ma che in quel contesto fanno parte di un tutt’uno".

Cos’è per te la felicità?

Per me che sono molto ansioso, overthinker, la felicità è essere tranquillo, leggero. Citando Giorgio Montanini (un comico, monologhista satiro, ndr), se uno pensa alla felicità come un continuo, non ha capito niente. La felicità è fatta di piccoli momenti che tu vivi, ma sai che non possono durare. Il concetto di vita felice è una menzogna che fa in modo che i Paesi occidentali siano i più depressi del mondo. Il nostro problema è che sogniamo troppo. Anche nell’amore. Dovremmo insegnare alla gente che basta meno.

È un po’ anche questo il senso de La tua futura ex moglie?

Assolutamente. Anche se ti devo dire che quello è un pezzo che parla di amore davvero. Fino ai dischi precedenti non avevo mai toccato il tema dell’amore. Qui c’è più la paura di perdere che la rassegnazione di perdere. Finirà comunque, ma prima c’era rassegnazione e cinismo, pensando che tanto finisce tutto a merda, chi se ne fotte. Come in Ottima scusa: "Non sei niente di speciale, no, ma neanche un errore"; alla fine meglio di così non si poteva fare. Mentre ne La tua futura ex moglie, l’approccio è: so che finirà e la cosa mi spaventa perché vorrei non finisse.

Cosa pensi dei trapper più giovani? Ti piace qualcuno? 

Della trap non mi piace la poetica: non si parla di una minchia ed è il solito discorso di rivalsa sociale attraverso i soldi. Stucchevole

Ho cambiato l’approccio nel tempo alla trap e ho capito che è un mezzo di comunicazione importante in cui moltissime persone si vedono riflesse. Prima di tutto c’è da chiarire cos’è trap: oggi Sfera Ebbasta è una pop star, che faccia trap o altro. Ci sono moltissimi trapper bravi che hanno idee interessanti con una capacità di narrazione che si fa comprendere. Come Kendrick Lamar che negli ultimi dischi si è avvicinato a sonorità trap. In Italia, Massimo Pericolo mi piace molto ma non credo faccia trap tout court. È più drill. Ecco, preferisco la drill, soprattutto quella nordeuropea. Della trap non mi piace la poetica: non si parla di una minchia ed è il solito discorso di rivalsa sociale attraverso i soldi. Che è un po’ stucchevole alla lunga. È chiaro però che se nasci a Cinisello Balsamo non è come essere nato nelle periferie di New York o Philadelphia. Quando copiamo gli americani in toto, ci perdiamo riferimenti culturali importanti, com’è stato fatto per la lotta Black lives matter.

Willie Peyote sul palco durante un concerto
Willie Peyote sul palco durante un concerto
Dopo tutti questi mesi di assenza ho capito che andare un concerto live mi provoca un’emozioneWillie Peyote

Tra dicembre e gennaio la tua canzone “Io non sono razzista ma” è stata cantata spesso nelle piazze delle Sardine. Ti ci ritrovi in quel movimento?

Ho partecipato anche alla manifestazione a Bologna proprio perché il mio pezzo veniva utilizzato dai ragazzi in piazza e ne ero onorato. Credo che le Sardine siano nate per un’ottima ragione e mi sono sentito vicino a loro, ma con l’andare del tempo si è un po’ persa l’iniziativa che ritenevo utile. Però ti dico: la manifestazione in piazza di dissenso trova sempre il mio appoggio, soprattutto perché vengo da una generazione che si è schiantata contro il G8 del 2001 e a noi la voglia di manifestare ce l’hanno tolta a colpi di manganello.

Ti sei sempre schierato dalla parte delle minoranze, anche nel calcio. Tifare Torino è solo una scelta sportiva?

No, mi piace pensare che non lo sia. Mi piace pensare che io abbia scelto di essere del Toro per una serie di ragioni, tra cui l’infinita lotta tra Davide e Golia, l’essere il derby più sproporzionato d’Italia, l’avere una storia di sfighe, non solo tragica ma anche sfigata. Ci sono tutta una serie di cose per cui il senso di appartenenza che ti dà il Toro va oltre l’appartenenza sportiva e basta.

L’etichetta “rapper militante” non ti piace, eppure lo sei di più di molti altri. Cosa ti fa incazzare di questa politica? 

"Rapper militante? Etichetta molto bella, ma sbagliata. Sono un battitore libero: prendo posizione ma non sono legato a una militanza politica. Non mi sembra giusto definirmi così nei confronti dei veri militanti"

Non è che non mi piace. È molto bella ma purtroppo non è così giusta. Io sono un battitore libero: prendo posizione ma non sono legato a una militanza politica. Quindi non mi sembra giusto definirmi così nei confronti dei veri militanti. La politica è da trent’anni che è in caduta libera e la gente si è allontanata, pensando che sia una cosa esterna, che rimane a Roma. Ma la politica inizia dalle scelte di ognuno di noi ed è questo che cerco di ricordare attraverso le mie canzoni. Quando si dice "Non me ne frega niente della politica perché sono tutti dei ladri", non ci si rende conto che ci si sta togliendo un diritto e un dovere di partecipazione. E limitarsi a esporre indignazione sui social su un tema diverso al giorno non è partecipazione. Dovremmo farci delle domande, capire come effettivamente la politica influenzi la nostra vita e come in cabina elettorale certe cose si possano cambiare. In fondo è questo che più di tutto mi fa incazzare: il fatto che la gente si sia disinteressata.

La libertà è ancora partecipazione?

Dipende cosa intendi per partecipazione. Se oggi intendiamo esprimere tutti un’opinione non richiesta, nel marasma di opinioni di tutti, non stiamo parlando di partecipazione. La partecipazione oggi sarebbe libertà se fosse vissuta come la intendeva il Maestro. Come la intendiamo noi oggi è l’opposto della libertà. Basta vedere la libertà di espressione che oggi toglie libertà d’espressione. È un paradosso, ma parlare tutti a cazzo significa solo dire minchiate e le poche cose intelligenti si perdono nel mucchio.

Willie Peyote sul palco di Sanremo giovani il 17 dicembre 2020. Parteciperà a Sanremo con il brano Mai dire mai/La Locura (C. Furlan/LaPresse)
Willie Peyote sul palco di Sanremo giovani il 17 dicembre 2020.
Parteciperà a Sanremo con il brano Mai dire mai/La Locura (C. Furlan/LaPresse)

Non voglio che tutti la pensino come me né che mi diano ragione. Il mio obiettivo è far pensare le persone in maniera diversa da quello che sono abituate a fare.

Da Gaber a Montanini: tu sembri essere l’anello di congiunzione che lega questi due artisti così diversi. Cosa vi accomuna?

Quello che di Gaber mi ha sempre ispirato è l’utilizzo dell’ironia per fare discorsi seri. Che è lo stesso approccio che vedo nella stand up comedy e nella satira in generale. Quello che ci accomuna è questo tentativo di affrontare temi difficili e complicati attraverso l’uso dell’ironia.

Quanto è importante la provocazione nei tuoi brani e perché?

Ho sempre pensato che sia il punto più efficace per spingere la gente ad avere una reazione, anche contraria. Non voglio che tutti la pensino come me né che mi diano ragione. Il mio obiettivo è far pensare le persone in maniera diversa da quello che sono abituate a fare. Se tu provochi, tocchi temi difficili in maniera ironica, spingi ad affrontare temi senza che nemmeno ce ne si renda conto. Nella mia musica penso di utilizzarla nel modo giusto. Ma dipende dai punti di vista. Non sempre riesco a farla nel modo corretto: a volte ho fatto incazzare e basta, senza provocare.

C’è un limite da non superare? 

Il limite è difficile incontrarlo e non possiamo prendercela con qualcuno per cose dette dieci anni fa. Culturalmente dobbiamo anche accettare il fatto che le linee tracciate cambino. Nel senso che bisognerebbe capire, che non vuol dire accettare, che nell’arco dell’evoluzione umana i limiti vengono esposti dall’egemonia culturale del tempo. Ogni epoca ha i suoi limiti da non superare. In certi casi affrontiamo oggi, col senno di poi, avvenimenti che accadevano in un contesto culturale diverso. Ed è questo che capita con le ultime generazioni. Ogni nuova generazione è convinta di essere la più liberal. Ma non possiamo pensare che la nostra generazione oggi sia la migliore della storia dell’umanità: è solo l’ultima che ha consapevolezze che prima probabilmente non c’erano. Ma sentirsi sto cazzo è comunque il modo sbagliato per affrontare questi temi.

Tra negazionisti, no-vax e gente che grida alla "dittatura di Conte" tutti sembrano aver riscoperto la libertà: ma da cosa vogliamo essere liberi?

"Abbiamo perso il senso di libertà collettiva, siamo sempre più individualisti. La libertà non è far quel cazzo che voglio a prescindere dagli altri. Siamo semplicemente egoisti"

Ma liberi da cosa? La libertà di oggi è un po’ quella di Metti che domani: "La chiami libertà se ti lasciano scegliere la tua prigione". Scegliere il nostro carnefice ci fa sentire liberi. Si vuole avere la libertà di farsi male come si vuole ma così facendo si perde proprio il concetto di libertà. È come con l’app Immuni: "No, io non do i miei dati perché se no poi ci controllano" e nel frattempo ordiniamo su Amazon la qualunque. La gente neanche sa che cosa siano la libertà e la privacy.

In Oriente nessuno si è posto il problema del tracciamento perché hanno un senso di collettività diverso dal nostro. Abbiamo perso il senso di libertà collettiva, siamo sempre più individualisti. La libertà non è far quel cazzo che voglio a prescindere dagli altri. È per questo che nella mia ultima canzone La depressione è un periodo dell’anno dico "Allarmisti e negazionisti, io vedo egoisti e piagnoni". Vedo solo gente che si lamenta e pensa a sé, senza porsi il problema di quanto siano liberi gli altri, di quanto stiano bene gli altri, o se c’è qualcuno che ha più bisogno di te. È anche per questo che ancora oggi abbiamo paura di parlare di patrimoniale. Minchia, siamo nel 2020. Siamo semplicemente egoisti.

Credi cambierà qualcosa nel futuro?

Non è che ci credo, però ci sono alcuni segnali che mi dicono che siamo sulla strada giusta, come i giovani in piazza o il fatto che, anche in un periodo così difficile, si torni a valorizzare i contenuti, piuttosto che la forma. Non è un processo compiuto, però in periodi di crisi come questo, chi ha contenuti veri emerge. Non so se cambierà qualcosa, ma siamo sempre usciti da tutto. Magari non io e te, però i figli dei nostri figli troveranno un modo per sbarcare il lunario. Noi analizziamo la storia solo in base a quello che conosciamo e paradossalmente più abbiamo avuto Google a disposizione e più la storia si è ridotta a pochissimi anni. Stiamo parlando della storia dell’umanità, di migliaia di anni. Sembra che tutto debba essere come quando nasciamo, capisci che non ha senso? Approcciarsi alla storia in questo modo è ciò che di più dannoso si possa fare.

Da lavialibera n° 6 novembre-dicembre 2020

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