Caporalato. Un ottimo piano per cominciare

Il Piano triennale di contrasto al caporalato è un passo importante, ma occorre contrastare i "padrini" oltre che i "padroni", riformare il welfare e cancellare i decreti sicurezza

Marco Omizzolo

Marco OmizzoloSociologo e scrittore

Aggiornato il giorno 22 febbraio 2020

Il Piano triennale di contrasto al caporalato è un ottimo piano per cominciare. Nasce dall'incontro tra le diverse istanze, riflessioni e proposte di istituzioni, associazioni, sindacati, esperti e categorie datoriali che si confrontano con il tema da anni. Esso contiene, finalmente, gran parte delle riflessioni, dei suggerimenti e delle elaborazioni che il mondo associativo, del lavoro e della ricerca più qualificato hanno elaborato nel corso del tempo e delle esperienze maturate negli anni nei luoghi in cui lo sfruttamento e il caporalato è più organizzato.
Luoghi che hanno visto spesso protagonisti di lunghe e pericolose battaglie proprio i lavoratori e le lavoratrici migranti. Dall’Agro Pontino, alle campagne pugliesi, della Calabria, di Castel Volturno, migliaia di donne e uomini, portatori di linguaggi, culture e storie diverse hanno lottato per la difesa dei loro e dei nostri diritti. Questo piano contribuisce a dare loro la speranza di un prossimo futuro senza sfruttamento, padroni e padrini. Ma deve diventare azione quotidiana e radicale.

Finalmente però si ragiona di prevenzione, contrasto, servizi pubblici e accompagnamento dei braccianti gravemente sfruttati in un percorso di riqualificazione professionale e sostegno individuale che permetta loro di considerare non solo giusto ma anche conveniente denunciare, e dunque attendersi dallo Stato italiano quella giustizia e libertà che invece è stata negata loro per anni. Ricordo che il business complessivo delle agromafie, secondo l’Eurispes, è di 25 miliardi di euro circa e che questo denaro criminale rafforza sistemi mafiosi e apparentemente legali che vanno ben oltre lo sfruttamento lavorativo nelle solo campagne italiane o in alcune aziende agricole. Sono soldi che derivano anche dal riciclaggio di denaro sporco, dal condizionamento dei grandi mercati ortofrutticoli, dalla sofisticazione alimentare, da circuiti clientelari e di corruzione organizzata, dalla tratta internazionale a scopo di sfruttamento, dall’italian sounding, dalla corruzione di tanti liberi professionisti che sanno gestire sul piano amministrativo e legale capitali e processi criminali sempre a vantaggio dei padroni e dei padrini. Bisogna avere dunque il coraggio anche di alzare lo sguardo per passare dallo studio di ciò che accade sotto molte serre per osservare il mondo che gira intorno a questo sistema criminale e colpirlo con la necessaria durezza. Continuo a pensare ad esempio che vadano espulsi tutti quei commercialisti, avvocati, notai, consulenti vari che hanno preso parte ad attività criminali, di sfruttamento e mafiose, senza alcuno sconto. Così come vanno richiamate le categoria datoriali e le amministrazioni a responsabilità precise a partire dalla loro costituzione di parte civile nei relativi per sfruttamento, riduzione in schiavitù, caporalato, mafie.

Quello appena approvato resta dunque un piano triennale ben articolato, ma deve camminare su gambe solide. Significa che deve uscire dall’elaborazione di "palazzo” e finalmente sporcarsi di polvere, terra e sudore incidendo concretamente sui rapporti di forza che in gran parte di questo Paese ancora obbligano migliaia di persone a vivere sotto padrone, restituendo loro libertà, giustizia e legalità. Questo è il vero impegno che la politica deve assumersi e che anche noi come cittadini dobbiamo fare nostro: non tanto l'elaborazione di un piano di buone intenzioni, dunque, ma la capacità di intervenire su casi e situazioni diffuse sull'intero territorio nazionale per cambiarle, risolverle, ridare libertà. Perché non esistano più uomini e donne, italiani e stranieri, obbligati a lavorare 10, 12, 14 ore al giorno sotto il ricatto del licenziamento, vittime di caporalato e violenza, spesso anche di importanti organizzazioni mafiose. Perché non si venga più obbligati ad abbassare la testa dinnanzi al padrone, a vivere in baracche o ghetti, in tuguri o in ex porcilaie come fantasmi agli occhi di tutti, restando solo braccia nelle mani di padroni e padrini.

Rilevo l'assenza nel piano del termine mafie. Questo piano deve avere anche la forza di contrastare e disarticolare, attraverso percorsi di denuncia e di tutela, non soltanto i "padroni" che producono sfruttamento, ma anche i "padrini", che sono dentro questo sistema e spesso lo gestiscono insieme ai padroni o essendo essi stessi i padroni. I Cava, Piromalli, D’Alterio, Tripodo, Schiavone, Pesce, Bellocco, Riina devo avere chiaro che lo Stato con questo piano toglie loro l’aria che respirano e il terreno sopra il quale camminano. Il Piano triennale deve avere la capacità di intervenire su un sistema agromafioso divenuto sistemico e dunque diffuso anche a livello internazionale. Bonificare la produzione agricola da ogni condizionamento criminale e mafioso per costruire un’alleanza virtuosa tra imprenditori seri e consapevoli e lavoratori altrettanto consapevoli e determinati. La lotta alle agromafie è una lotta che conviene anche al mondo dell’impresa. Non va mai dimenticato.

Ora si tratta ad esempio di liberare i mercati ortofrutticoli nazionali, la logistica e la grande distribuzione di alcuni loro privilegi e dal condizionamento mafioso, da società che riciclano denaro criminale, dalla logica padronale perché vinca quella del diritto e del rispetto. Bisogna portare tutto in trasparenza e per farlo è necessario sostenere, ad esempio, la proposta di legge ferma in Parlamento che vieta le doppie aste al massimo ribasso che fanno della grande distribuzione uno dei grandi pilastri dello sfruttamento lavorativo. Bisogna incentivare l’agricoltura contadina e la sovranità alimentare, sostenere l’etichetta narrante per i prodotti alimentari, seguire il denaro sporco di mafia e i relativi prodotti enogastronomici anche quando questi superano i confini nazionali per essere venduti o riciclati nelle grandi boutique della moda negli Stati Uniti o nel Nord Europa. Si devono unire le competenze e le vertenze e coinvolgere sempre di più la straordinaria competenze delle nostre forze dell’ordine, che su questo tema hanno sviluppato strumenti e consapevolezze straordinarie. Infine, la rigorosa difesa della legge 199/2016 contro lo sfruttamento lavorativo, che ha permesso un contrasto effettivo a caporali, padroni e padrini e che non a caso l’ex Ministro Salvini e Centinario, probabilmente spinti da alcune categorie datoriali, volevano cambiare in peggio.

Bisogna poi riformare il welfare. Il piano compie dei passi in avanti che rischiano però di essere timidi se non vengono accompagnati da una riforma concreta ed evolutiva del nostro welfare in maniera tale che l'uomo o la donna, migrante o italiano, che trova il coraggio di denunciare poi non venga lasciato solo. Sono troppi i lavoratori, infatti, che dopo aver trovato il coraggio della denuncia contro padroni e padroni vengono tutelato solo da associazioni e sindacati. Non è sufficiente questo. Serve lo Stato e servono istituzioni capace di sostenere e tutelare quei lavoratori in ogni fase del processo perché sentano la presenza di un Paese che ha deciso, ad ogni livello, di stare dalla parte della libertà. Ciò significa, ad esempio, anche accompagnare i braccianti o qualunque altro lavoratore che denuncia lungo un percorso di tutela sociale, riqualificazione e sostegno psicologico, fondamentale.

E poi è assolutamente fondamentale riformare le leggi sulla cittadinanza e sulle migrazioni. Non è un caso se l'80% delle persone gravemente sfruttate in agricoltura sono migranti. Una quota così rilevante è legata anche alle nostre leggi sulle migrazioni che oggi con i decreti sicurezza - altro grande capitolo non toccato dal Piano triennale contro il caporalato - producono emarginazione, sfruttamento, discriminazione. Io credo che la lotta al caporalato e allo sfruttamento passi anche dalla cancellazione dei due cosiddetti decreti sicurezza - come sostiene anche Amnesty International Italia con il suo studio “I sommersi dell’accoglienza" -, in particolare il primo. Ripristinare la buona accoglienza, il sistema Sprar, rompere il rapporto tra cattiva accoglienza, caporalato e agromafie e infine ripristinare la protezione umanitaria. Proposte concrete che devono trovare presto attuazione.

Fare questo è indispensabile. Prevederlo in un piano è utile, ma non serve a nulla se poi non si traduce in azioni, in processi di riorganizzazione e impegno concreto, quotidiano e pluriennale. La libertà e la giustizia non prevedono i tempi lunghi e i passi timidi di una politica poco coraggiosa.

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