(Foto di Giuseppe Argenziano - Unsplash)
(Foto di Giuseppe Argenziano - Unsplash)

Dalle mascherine alle imprese: la camorra fa tombola

La pandemia ha creato occasioni per il mercato della contraffazione e non solo: "Questo coronavirus è proprio un affare", ha detto un uomo vicino al clan Di Lauro

Daniela De Crescenzo

Daniela De CrescenzoGiornalista

15 gennaio 2021

Girando per le vie di Napoli è possibile acquistare mascherine di ogni brand: da Nike ad Adidas. Con il coronavirus in Campania non poteva mancare la più tradizionale delle industrie malavitose: la contraffazione, che da sempre è uno dei rami di impresa più redditizi per la camorra. Prodotti fabbricati in loco o più spesso fatti arrivare da Cina, Turchia, Pakistan e America latina. Un business florido come dimostrano i sequestri della Guardia di finanza campana che, tra il 24 febbraio e il 7 novembre, ha bloccato tre milioni e mezzo di dispositivi sanitari, 119.189 flaconi e quasi quarantamila litri sfusi di igienizzante. Tutto fuori legge.

Il tenente colonnello Marco Volpe, alla guida del nucleo di Polizia tributaria di Napoli, spiega che allo scoppio dell’epidemia gran parte della produzione di mascherine era concentrata nell’Hubei, provincia della Cina che ha come capoluogo Wuhan: la città in cui è stato individuato il primo focolaio di Covid-19. Il governo cinese ha bloccato la loro esportazione per settimane. Quando questi prodotti hanno cominciato ad affluire sul mercato, erano contraffatti. Sono state messe in commercio mascherine filtranti di tipo Ffp2 prive della necessaria approvazione da parte degli enti certificatori dell’Unione europea. Un affare su cui, secondo gli inquirenti, la camorra potrebbe aver imposto il pizzo, anche se il commercio è generalmente gestito dai cinesi. Campana, invece, è la produzione di mascherine chirurgiche che possono essere commercializzate liberamente. In questo caso a essere falso è il marchio.

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