Le mani della camorra su Sperlonga, "lavatrice" dei Casalesi

Graziella Di Mambro

di Graziella Di MambroGiornalista di Latina Oggi

Dal molo agli hotel: i modi in cui i clan campani potrebbero aver riciclato i soldi sporchi nel "borgo più bello d'Italia"

Nel cuore di Marsiglia c'è un quartiere dove vive una piccola colonia di italiani che provengono tutti dallo stesso posto, un borgo marinaro del Lazio. All'inizio del Novecento i più poveri tra i pescatori di Sperlonga emigrarono in quel lembo della Francia con i loro pescherecci, piccoli e malandati. Ogni anno i nipoti tornano a Sperlonga per la festa di San Leone e forse sono gli unici a non capire perché il paese abbia un molo pescherecci, realizzato anche grazie ai fondi dell'Unione europea che sono serviti per la messa terra della struttura (3,5 i milioni di euro sganciati dalla Regione Lazio). Oggi il molo è un porto turistico debitamente pubblicizzato. Non era nemmeno tanto famoso fino al giorno di settembre 2020 in cui hanno arrestato uno dei soci più importanti, Luciano Iannotta: un produttore di olio che si serviva del clan rom dei Di Silvio per fare estorsioni ed era capace di corrompere alti ufficiali dei carabinieri — tra cui il colonnello Alessandro Sessa, arrestato lo stesso giorno — nonché di sfruttare agenti dell'Agenzia informazioni sicurezza interna (Aisi) per accedere a notizie riservate su indagini a suo carico.

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Da Casal di Principe a Sperlonga

Mai prima dell'inchiesta Dirty glass si era andati così vicini alla "lavatrice" dei soldi sporchi che viaggiano tra Campania e Lazio

Fino alla chiusura dell'inchiesta, denominata Dirty glass e coordinata dalla Dda di Roma, Iannotta era un uomo molto potente: presidente provinciale della Confartigianato di Latina, delegato nell'assemblea della Camera di commercio e presidente del Terracina Calcio. Tuttavia nessuno si spiegava cosa ci facesse nel consiglio di amministrazione della Porto di Sperlonga srl: una società in cui il Comune conserva una quota del 5 per cento e che per il resto è nelle mani di società a responsabilità limitata, di cui una riconducibile proprio a Iannotta. Quest'ultimo ha consentito di fornire per la prima volta una visione plastica di cos'è il riciclaggio del denaro della camorra in provincia di Latina. Nell'impero che aveva messo in piedi trova posto Pasquale Pirolo, 70 anni, di Casal di Principe, considerato il gestore di parte dei beni del clan dei casalesi. A un certo punto Pirolo si è trasferito a Latina, dove ha cominciato ad aiutare la famiglia napoletana dei Festa, a sua volta considerata collettore di proventi illeciti, ad investire e ripulire denaro nella holding di Iannotta. Mai prima dell'inchiesta Dirty glass si era andati così vicini alla "lavatrice" dei soldi sporchi che viaggiano tra Campania e Lazio. Non solo. Tramite una serie di società scatola controllate, Iannotta e il suo fido socio Luigi De Gregoris, ufficialmente un agente immobiliare romano, hanno tirato un filo rosso che dal porto di Sperlonga arriva a Londra, dentro la ltd (acronimo che sta per limited company, l'equivalente inglese dell'italiana società a responsabilità limitata, ndr) che ha sede in un palazzone alla periferia della capitale del Regno Unito. 

Follow the money

Da dove arrivano tutti quei soldi e a cosa servano? Il gip del Tribunale di Latina, Mara Mattioli, avrebbe voluto saperlo già nel maggio del 2018, quando respinse la richiesta di archiviazione della procura in relazione a un esposto di privati circa l'esistenza di una presunta associazione per delinquere operante a Sperlonga su una serie di opere pubbliche, tra cui quelle legate al porto. Un quesito rimasto senza risposta né seguito, a parte la nomina di un consulente tecnico che non ha prodotto risultati. È stato invece accertato che il quartiere nuovo di Sperlonga è stato realizzato per lo più da clan del casertano e soprattutto dai temuti Belforte di Marcianise. Tuttavia, la relazione che prova l'investimento della camorra nel piano integrato Sperlonga due non ha potuto produrre alcun accertamento sulle responsabilità penali perché è arrivata troppo tardi sul tavolo del gip del Tribunale di Roma. Per il momento sopravvive nel più lieve procedimento di lottizzazione abusiva come prova che le case costruite nel quartiere nuovo non furono alloggi popolari bensì appartamenti per le vacanze, soprattutto di illustri nomi della criminalità organizzata campana, nonché di qualche funzionario pubblico che ne agevolò la costruzione.

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Denunce inascoltate e relazioni pericolose

Tutto ciò che è riportato nel dossier scritto dai carabinieri del nucleo investigativo di Latina è perfettamente sovrapponibile a una denuncia presentata nel 1999 da un anziano consigliere comunale: Benito Di Fazio, ingegnere lucidissimo, morto per una caduta accidentale dalla scale di casa sua circa un anno prima che venissero fuori gli atti urbanistici sul piano integrato e i legami con i clan. Otto mesi prima dell'incidente domestico ignoti avevano scritto su un muro del centro storico che era un "infame". Perché? La  macchia cui faceva riferimento quell'aggettivo era nel passato dell'uomo politico.

Il 18 febbraio del 1999 Di Fazio fece un furibondo intervento nel consiglio comunale che di lì a pochi minuti avrebbe approvato il piano integrato Sperlonga due in zona Valle delle Vespe. Un altro consigliere lasciò l'aula. Era Armando Cusani, attuale sindaco di Sperlonga. Cusani ha rivestito più volte la carica di primo cittadino ed è stato anche presidente della Provincia di Latina, veste in cui il 31 ottobre del 2013 ha ricevuto un decreto di sospensione dalla carica ex legge Severino, perché condannato per un abuso edilizio nel suo albergo: l'hotel Tiberio, omaggio alla memoria e ai fasti dell'imperatore romano in quanto sorge giusto accanto all'area archeologica. Oggi è imputato al processo per la lottizzazione davanti al giudice Maria Assunta Fosso, insieme a Luca Conte, tecnico del progetto Sperlonga due. 

Armando Cusani, sindaco di Sperlonga, è imputato nel processo per la lottizzazione. Nel 2013 è stato condannato per un abuso edilizio nel suo albergo, l'hotel Tiberio 

Nella relazione della Dda relativa al piano integrato compaiono sia Cusani sia Conte in molteplici passaggi. In modo specifico viene ricordata la vicenda dell’hotel Ganimede, rimasto fuori dal primo sequestro del piano integrato, quello del 2015, e a cui sono stati apposti i sigilli più tardi in relazione a un altro procedimento. Autorizzato nel 2008, nel 2011 ci fu l’esposto formale dei consiglieri di minoranza che sollevarono l’illegittimità del permesso a costruire e un aumento illecito di volumetrie. L’hotel è una unità locale della Resort & Hotels Sperlonga srl, di proprietà di Armando Cusani e Francescantonio Faiola, suo vice nonché sostituto durante i periodi di sospensione ex Severino, ma amministrata da Antonio Pignataro. Quest'ultimo è uno dei personaggi cardine attorno al quale ruota un intero paragrafo della relazione. Oltre ad amministrare la società proprietaria del Ganimede, Pignataro è anche amministratore unico della Albert Immobiliare srl di cui è proprietario Pierluigi Faiola, un imprenditore edile di Sperlonga che è a sua volta proprietario e amministratore della The Palace srl e viene definito dalla Dda "soggetto centrale della speculazione edilizia connessa al piano integrato di Sperlonga". Seguendo le tracce di Faiola si arriva a un altro membro "eccellente dello stesso gruppo" cioè Gaetano Salzillo, vero re di quel piano, potentissimo e ricchissimo. Può essere considerato l’anima finanziaria del piano integrato Sperlonga due. 

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Il re della nuova Sperlonga

Gaetano Salzillo, 71 anni, di Marcianise, in provincia di Caserta, "figura tra i comproprietari dei lotti del piano integrato, è amministratore e socio di varie società ed è uno degli imprenditori più attivi". Complessivamente è stato accertato che Salzillo ha realizzato e commercializzato, in proprio o con vari soci, 37 immobili a Sperlonga e varie rimesse. Anche sul piano penale non si è fatto mancare quasi nulla "in relazione alle sue vicende e ai collegamenti con la criminalità organizzata annovera alcuni precedenti di polizia, tra cui la denuncia del Commissariato di Formia (anno 2005) per tentata estorsione aggravata e continuata, tentato sequestro di persona ai danni di un imprenditore edile, nonché detenzione e porto abusivo di arma comune da sparo, unitamente a Salvatore Delli Paoli, 56 anni di Marcianise, tratto in arresto con l’accusa di aver venduto armi a membri del clan Schiavone". La relazione insiste in più punti sui legami tra Gaetano Salzillo e la criminalità organizzata: "Vi sono evidenze dei suoi collegamenti con l’organizzazione camorristica della famiglia Belforte di Marcianise".

Gaetano Salzillo, tra i comprioprietari dei lotti del piano integrato, annovera precedenti di polizia e ha collegamenti con l'organizzazione camorristica della famiglia Belforte 

Per arrivare a disegnare questa serie di legami, nel 2016 il reparto operativo dei carabinieri di Latina si servì di un software in grado di incrociare i dati immobiliari, parentali e delle società che gravitano dal primo momento (e a seguire) sul piano integrato di Sperlonga. Questo il risultato: "Il grafico dimostra che la quasi totalità di relazioni che coinvolge i soggetti connessi alla criminalità organizzata si svolge attraverso due sottogruppi". Il primo è il "binomio Augusto Pagano-Martino Giuseppe riferibile alle varie fazioni del clan dei casalesi". Il secondo è "il binomio Gaetano Salzillo-Pierluigi Faiola riferibile principalmente al clan Belforte e strettamente connesso con il gruppo di affari locali, quello di Armando Cusani per mezzo di Antonio Pignataro".

Nel 2019 questo documento scomparso nei meandri del Tribunale di Roma, e poi archiviato perché troppo vecchio, ricompare in Procura a Latina e il pm del processo per lottizzazione lo allega agli atti. I giornali lo pubblicano e la giunta municipale di Sperlonga denuncia tutti per diffamazione senza nemmeno menzionare la eventuale gravità della presenza dei casalesi e dei Belforte. Passa un anno e a settembre 2020 il pentito di un altro clan, quello potentissimo dei Di Silvio di Latina, mette nei guai uno dei consiglieri del consiglio di amministrazione del porto di Sperlonga: Luciano Iannotta di cui abbiamo parlato all'inizio, che si rivela un riciclatore dei soldi della camorra attraversa Pasquale Pirolo. Il pentito si chiama Agostino Riccardo, un trafficante di droga e giocatore incallito del clan rom capeggiato da Armando Di Silvio. Ha rivelato agli inquirenti che Iannotta non solo gli aveva chiesto di fare un'estorsione in danno di un manager, ma anche che "diceva che il porto di Sperlonga era suo". 

Quest'articolo è stato aggiornato per precisare che i fondi dell'Unione europea non sono serviti per la costruzione del molo, ma per la sua a messa a terra. Inoltre, abbiamo corretto la natura societaria della Porto di Sperlonga: si tratta di una srl e non di un spa, con un consiglio di amministrazione e non un direttivo.  

Pubblichiamo la replica di Gaetano Salzillo, costruttore di Marcianise

Gentile redazione, un giornale di Latina mi ha infangato più volte collegandomi alla camorra. Non posso restare in silenzio dinanzi a accuse infondate dopo una vita dedicata al lavoro onesto e dopo aver fatto tanti sacrifici. Tutti mi conoscono e mi stimano. Sanno che persona sono e che se oggi godo di una buona posizione economica non lo devo a nessuna magia né alla camorra. [...] A un certo punto della mia vita, però, mi ritrovai ad affrontare un anno economicamente difficile: fui vittima di una grande truffa. Si presentò un signore di Formia, proprietario di una società spa, interessato all’acquisto di sette villette di cui ero proprietario. Le avrebbe acquistate solo se avessi chiesto un mutuo alla banca a mia firma. Lui di quella somma percepita dalla banca ne intascò ¼ : come garanzia mi consegnò delle cambiali a sua firma che avrei potuto girare ai fornitori, comprando il materiale per ultimare i lavori. La persona in questione sperava di coprire le cambiali con la vendita delle ville a un prezzo più alto, ciò però gli fu impossibile visto che nessuno acquistò le villette e le cambiali iniziarono a scadere. Lo invitai a strappare il contratto ma si rifiutò. Cercai di arrivare a un accordo ragionevole, ma ogni volta che gli chiedevo i soldi che mi spettavano lui mi querelava. Mi accusò di sequestro di persona, proprio a me che ero la vera vittima di quella gigantesca truffa. È vero che ero in possesso di un’arma da sparo, ma avevo un regolare porto d’armi da caccia: tutto legale, anche se a causa di quelle querele il porto d'armi mi fu sequestrato. Nonostante quell’inganno mi avesse procurato problemi con la legge, la mia innocenza venne a galla e fui assolto. [...] Con i miei guadagni ho realizzato delle villette per i miei figli a Sperlonga sulla lottizzazione fatta dal comune. In questo progetto mi sono interessato solo della mia costruzione e non della lottizzazione, non ho preso parte al Piano sperlonga due al contrario di quanto scrive qualche giornalista senza sapere nulla sul mio conto. Dei 10mila metri di mia proprietà ho perso una buona parte ceduta gratuitamente al comune che doveva realizzare la Caserma dei Carabinieri, strade, fogne e altro. A Sperlonga non sono proprietario di 37 immobili come hanno scritto, se così fosse ne sarei felice ma purtroppo non è così. Possiedo solo cinque villette e tre appartamenti [...].

La replica della giornalista Graziella Di Mambro 

Gentile signor Salzillo, la ringraziamo per l'attenzione. L'articolo di cronaca cui fa riferimento è tratto da atti giudiziari e nel caso di specie si fa riferimento ad una relazione ammessa nel fascicolo del processo per lottizzazione del piano integrato di Sperlonga, processo tuttora corrente davanti al Tribunale di Latina.

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