Un terreno a Paceco (Trapani), dove Libera Terra produce i meloni gialli (Facebook)
Un terreno a Paceco (Trapani), dove Libera Terra produce i meloni gialli (Facebook)

Nuovi sequestri all'imprenditore ponte tra politica e mafia dopo il verdetto della Cassazione

Per la Suprema corte, i giudici di Palermo avevano impiegato troppo tempo nel decidere e il trapanese Michele Mazzara aveva riottenuto i suoi beni. Dopo le polemiche, un nuovo sequestro

Rino Giacalone

Rino GiacaloneGiornalista e direttore di Alqamah.it

18 novembre 2020

Aggiornamento del 25 novembre: Martedì 24 novembre la polizia di Stato, coordinata dalla Direzione distrettuale antimafia di Palermo, ha ottenuto dal Tribunale di Trapani un nuovo sequestro del patrimonio dell'imprenditore Michele Mazzara, a cui la Cassazione aveva restituito tutti i beni, come spiegato nell'articolo sotto. Nel frattempo alla Camera, la deputata M5s Stefania Ascari, componente delle commissioni Giustizia e Antimafia, ha depositato un'interrogazione al ministro del Giustizia Alfonso Bonafede sul caso

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Un vizio di forma manda all'aria anni di indagini sul conto di uno degli imprenditori che ha conosciuto da vicino il super latitante di Cosa nostra, Matteo Messina Denaro. Un errore procedurale ha annullato la confisca di beni al'imprenditore trapanese Michele Mazzara, deus ex machina nella sua frazione di residenza, Dattilo, territorio di Paceco, e indicato come “uomo ponte” tra Cosa nostra, la politica e le imprese. La Cassazione ha ritenuto fondato il ricorso della difesa di Mazzara che ha indicato la violazione della norma sulle misure di prevenzione patrimoniale, quegli strumenti giuridici che permettono di sottrarre le ricchezze accumulate in modo illecito, cioè con traffici, estorsioni, truffe e altri reati. In questo caso i giudici della Corte d'appello, nel corso del giudizio sulla confisca decisa dal Tribunale delle misure di prevenzione di Trapani, non hanno tenuto conto dell'arco temporale all'interno del quale deve essere pronunciata la sentenza. Violando questo termine, la misura patrimoniale decade in modo automatico. In tal modo la Cassazione non ha potuto far altro che riscontare la veridicità di quanto sostenuto dalla difesa e ha liberato dalla confisca un patrimonio di imprese, società, terreni e fabbricati valutato nell'ordine dei 25 milioni di euro. Beni restituiti a un imprenditore che per la stessa Cassazione è socialmente pericoloso, motivo per il quale è stata confermata la sorveglianza speciale.

La lotta contro Cosa nostra più che a Palermo si combatte a Trapani, humus adatto per banche e imprese criminali

Mazzara rivendica già i terreni gestiti da Libera Terra

L'imprenditore è andato dai lavoratori delle cooperative che hanno ottenuto le sue terre: pretendeva che le liberassero

Una pagina brutta quella che è stata scritta, una disattenzione dei giudici di appello che ha riempito nuovamente delle sue ricchezze le tasche di un soggetto condannato anche per avere favorito la latitanza di Matteo Messina Denaro. Il procuratore generale della Cassazione si era opposto alla richiesta della difesa, ma i giudici del collegio – presidente Carlo Zaza, consigliere relatore Luca Pistorelli, consiglieri Michele Romano, Renata Sessa e Elisabetta Maria Morosini – hanno osservato che, durante il giudizio di appello, la Corte di Palermo ha concesso una sospensione dei termini errata: la decisione doveva arrivare entro settembre 2019, ma è stata depositata tre mesi dopo.

Conta molto ai fini del giudizio sulla pericolosità di Mazzara ciò che hanno scritto i giudici della Cassazione nella loro decisione del 29 settembre (le cui motivazioni sono state pubblicate il 4 novembre): ci si trova dinanzi a un soggetto parecchio e molto bene legato a Cosa nostra trapanese. Tuttavia la notizia passata in questi giorni è stata quella che a Michele Mazzara sono stati restituiti i suoi beni. Lo stesso imprenditore non ha perso tempo nel presentarsi davanti ai lavoratori delle cooperative – la "Pio La Torre" e la "Placido Rizzotto" – che in questi ultimi cinque anni hanno gestito i terreni che gli erano stati sequestrati e poi confiscati. Pretendeva che loro sgomberassero dai suoi possedimenti.

Una grave disattenzione dei magistrati

Questa restituzione di beni in confisca di secondo grado a causa di vizi formali, come sancito dalla sentenza della Cassazione, ha un impatto devastante per l'immagine dello Stato sul territorio.Valentina Fiore - Ufficio di presidenza di Libera

Allo stato quella che è stata commessa appare essere una disattenzione, grave, commessa da giudici che sul tema delle confische dovrebbero essere ben più preparati. L'errore ha dato indirettamente vigore alla propensione imprenditoriale di Cosa nostra. Manda in malora tutto quello che da anni si dice sull'importanza di togliere beni ai mafiosi e ai loro fiancheggiatori. 

Lo spiega bene Valentina Fiore, dell'Ufficio di presidenza di Libera: "Il riuso sociale dei beni in confisca non definita è una previsione recente del codice antimafia ottenuta, grazie all'impegno di Libera, a partire dalle esperienze positive iniziate proprio nel Trapanese con le coop di Libera Terra. Da quella esperienza pionieristica, avviata in collaborazione con il Tribunale delle misure di prevenzione, il riuso sociale in fase di sequestro è oggi uno strumento a disposizione di tutti, permettendo una maggiore concretizzazione del senso risarcitorio del riuso sociale per il territorio e le comunità. Questa restituzione di beni in confisca di secondo grado a causa di vizi formali, come sancito dalla sentenza della Cassazione – prosegue –, ha un impatto devastante per l'immagine dello Stato sul territorio. È necessario che le istituzioni facciano la loro parte con professionalità e dedizione. La società civile può e deve dare il suo contributo, ma solo un gioco di squadra può far raggiungere il principale risultato che le esperienze di riuso sociale ci hanno dimostrato essere concretizzabile: l'avvio di percorsi di cambiamento culturale e di avvicinamento alle istituzioni. In un periodo delicato come quello che stiamo vivendo, il riuso sociale dei beni confiscati può e deve essere una chiave importante per lo sviluppo del Paese, partendo dai territori".

L'utilizzo sociale dei beni confiscati, una storia di 25 anni

Imprenditore tra politica e Cosa nostra

Michele Mazzara, “è la classica figura dell’uomo ponte, tra la mafia e la politica”. Sono queste le parole utilizzate, durante il procedimento di primo grado per l'applicazione della misura di prevenzione, dal pm Andrea Tarondo, uno dei magistrati più impegnati alla "caccia" dei patrimoni dei mafiosi trapanesi. Oggi però lavora in Perù nell'ambito di un pool internazionale che si occupa di lotta ai grandi traffici di droga. Contro Mazzara è stato scritto un atto di accusa preciso, quanto precisa è risultata la descrizione dei rapporti classici tra mafia e imprenditoria nel Trapanese, circostanza che la Cassazione ha riconosciuto. Mazzara, condannato in passato assieme alla moglie per favoreggiamento della latitanza di importanti boss mafiosi (Messina Denaro compreso), è stato condannato per avere messo a disposizione la sua casa per summit di Cosa nostra. Ed è stato proprio il sostegno da lui dato a Cosa nostra “ad avergli permesso di fare una incredibile scalata imprenditoriale nel settore soprattutto edilizio e anche dell’attività agricola”, sosteneva Tarondo nel procedimento. Edilizia e agricoltura, due settori cruciali per la mafia.

Tra le mani di Mazzara “sono passate decisioni di natura politica, candidature da decidersi alle elezioni”, contro di lui ci sono i colloqui con un altro mafioso, Filippo Coppola, e poi una recente indagine che ha visto finire sotto sequestro una banca nel Trapanese dalla quale l'imprenditore avrebbe ricevuto finanziamenti che non potevano essergli erogati. La sua pratica fu anche tenuta nascosta. Mafia, politica, impresa e affari. Quando nel 1997 subì il primo arresto da parte degli agenti della Squadra mobile della questura di Trapani, era stato intercettato mentre cercava finanziamenti e appoggi politici per realizzare un documentario su Trapani, il fine ultimo quello di negare l'esistenza della mafia.

Quella confisca fu la spia accesa sulle connessioni tra mafia e impresa, provava l'esistenza di un sistema economico malato nel quale gli imprenditori, nonostante tutto e nonostante le condanne, continuavano ad andare a braccetto con i mafiosi. E Michele Mazzara, che si presentava come uomo vicino a politici di Forza Italia (non a caso veniva chiamato il "Berlusconi di Dattilo"), da semplice agricoltore divenne mente economica del clan mafioso trapanese nel corso di un trentennio cruciale, quello che segnò la trasformazione della mafia in impresa. Dattilo, dove lui continua ad abitare, è una frazione del Comune di Paceco, una delle più vaste zone agricole dell'hinterland trapanese. Ma che è anche terra di massoneria segreta. La terra dove ancora scorre il potere del nuovo capo di Cosa nostra, Matteo Messina Denaro.

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