Agroindustria europea, chi difende i piccoli agricoltori?

Secondo Lucio Cavazzoni, sulla disastrosa riforma della Politica agricola comune hanno pesato il potere delle grandi lobby anche italiane, l'attenzione esclusiva a Covid-19 e l'inettitudine del mondo politico

Francesca Dalrì

Francesca DalrìRedattrice lavialibera

10 novembre 2020

“Una vergogna!”. In linea con la posizione di tutte le associazioni ambientaliste italiane e internazionali, anche Lucio Cavazzoni non utilizza mezzi termini quando gli chiediamo cosa ne pensi della riforma della Politica agricola comune (Pac)approvata lo scorso 23 ottobre dall’Europarlamento. Considerato uno dei pionieri del biologico in Italia, Cavazzoni ha iniziato la sua carriera come apicoltore nel lontano 1978. Dopo 20 anni alla guida di Alce nero e collaborazioni che vanno dall’America latina al consorzio Libera Terra Mediterraneo, è oggi presidente di Good land, impresa dedicata alle aree agricole più difficili del Paese per produrre cibo sano per l’uomo e per l’ambiente.

“Quando a maggio la Commissione ha varato la strategia Farm to fork, pensando a Ursula von der Leyen (la presidente della Commissione europea, ndr) ci siamo tutti stupiti perché lei non è certo un’ambientalista – spiega a lavialibera –. Ma mentre festeggiavamo, per esempio per la riduzione del 50% dei pesticidi in dieci anni, le multinazionali e la lobby agricola si stavano organizzando per convincere i diversi partiti politici a Bruxelles che le risorse economiche alla fine andassero incanalate nelle solite direzioni. Altro che finanziare l’agricoltura sostenibile, siamo al primitivismo agricolo europeo: con questa controriforma è sparito tutto, come se quel documento non fosse mai stato scritto”.

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