Roma, 14 settembre 2020. D. Stinellis/Ap
Roma, 14 settembre 2020. D. Stinellis/Ap

Ragazze*, a che serve la scuola?

Mentre nella maggior parte delle regioni il rientro in classe per le superiori rimane un enigma, la scuola è al centro dello scontro politico. Tutti hanno un'opinione in merito, ma studentesse e studenti che la vivono ogni giorno cosa ne pensano?

Francesca Dalrì

Francesca DalrìRedattrice lavialibera

Aggiornato il giorno 11 gennaio 2021

"Prima di covid pensavo di odiare la scuola, ma ora ho capito che senza non riesco a essere felice", ci racconta Gregorio da Palermo. "A casa soffro tantissimo la distanza e la mancanza di contatti. Rimanere concentrati è davvero difficile", ci confida Sara di un liceo classico milanese. 

Mentre il governo litiga su tutto, ancora una volta la scuola rimane al palo. Se in Trentino-Alto Adige gli studenti e le studentesse delle superiori sono tornati tra i banchi già da giovedì 7 gennaio, nella maggior parte delle regioni italiane la didattica a distanza (dad) rimarrà la normalità fino a fine mese.Tutti si esprimono e tutti hanno un’opinione in merito, ma studentesse e studenti che la scuola la vivono ogni giorno cosa ne pensano? Glielo avevamo chiesto a settembre all’uscita di varie scuole superiori della penisola.

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C’è Gabriele che frequenta il quinto anno di un liceo scientifico palermitano e sogna "di cambiare qualcuno, qualcosa, forse il mondo, curando un individuo, o una società, diventando un medico o un magistrato". Per lui la scuola è "cultura, quindi potere nella vita, ma non sempre educazione civica. Amo la scuola, per i miei maestri delle elementari e per i valori che mi hanno insegnato – il rispetto, il gioco di squadra, l’impegno, l’assunzione di responsabilità – ma ci vorrebbero più controllo nelle periferie, insegnanti capaci e moralmente carichi, progetti e fondi".

A Milano ci sono Giulio e Giuliano che non sono d’accordo su nulla tranne che su una cosa: sognano un lavoro coerente con i propri studi e la sicurezza economica. Hanno appena cominciato il quarto anno del liceo classico, ma già si sentono in debito nei confronti dei propri genitori. "Quello che sentiamo al telegiornale non è per niente rincuorante – spiega Giuliano –. Vorrei che a scuola ci insegnassero cose utili come la gestione del patrimonio". "Non saprò mai cosa sia l’Iva o quando vada pagata l’Imu – gli fa eco Giulio –. Quando ho visto il foglio Excel della contabilità di mio padre mi sono spaventato". A Bari Giorgia, quasi diciottenne e "appassionata di cambiamento climatico", sogna di "lavorare al servizio della società dal punto di vista ambientale. La scuola serve a diventare cittadini, ma i programmi scolastici sono rigidi e non valorizzano le diverse intelligenze. Sarebbe bello se già alle superiori ragazze e ragazzi potessero approfondire le materie in base alla loro inclinazione". Della scuola le resterà il gioco di squadra "che solo qui impari, nonostante ti vogliano insegnare a essere il migliore. Ti trasmettono la competitività, ma poi nei compagni di classe trovi degli alleati".

Le lezioni

"La mattina mi sveglio e mi chiedo perché la scuola mi debba far soffrire – afferma Giuliano tra il serio e il divertito –. D’altronde la maggior parte dei professori sono cinquantenni infelici". Non tutti quando suona la sveglia hanno voglia di alzarsi, eppure non mancano gli entusiasti: "La mattina penso “Che bello che vado a scuola!”, ma per la gente, non perché devo studiare", scherza Giorgia. Sonia, 16 anni, ci racconta da Laterza (un paesino di quindicimila anime in provincia di Taranto) che la mattina pensa a com’è "fortunata perché ci sono moltissime persone che a scuola non possono andare".

Tutti concordi nel voto assegnato alle lezioni: troppo frontali, poco pratiche e sconnesse dall'attualità

Tutti concordi nel voto assegnato alle lezioni: troppo frontali,poco pratiche e sconnesse dall’attualità. Così come essere valutati rimane per tanti l’aspetto più stressante. Tra chi si sente un fallimento e chi deve rendere conto a genitori esigenti, in pochi prendono un brutto voto a cuor leggero. Alla fine, tutto sembra dipendere dai prof. "La scuola vive molto nel passato, le lezioni possono essere edificanti o noiose in base a come vengono poste – racconta Viola, all’ultimo anno di un liceo palermitano, indirizzo scienze umane –. Dubito che della scuola mi rimarrà molto di nozionistico, mi resteranno gli insegnamenti dei professori che sono riusciti a toccare tasti sensibili in modo costruttivo". Della stessa opinione anche Sara, occhi vispi, 17 anni e la passione per l’atletica. Seduta al bar con le amiche, aspetta il suo turno per entrare a scuola: dopo covid anche un gesto semplice come l’ingresso in aula è cambiato. "Sin dalla prima manifestazione dei Fridays for future la prof di italiano ha spostato le verifiche per permetterci di partecipare. Quello di inglese, invece, è proprio vecchio stampo. Nelle interrogazioni ci fa parlare solo di argomenti inutili come lo shopping". 

Com’è fatto un bravo professore?

"Sono davvero pochi quelli che ti spronano e fanno uscire il meglio di te – racconta amareggiato Andrea, 15 anni, di un liceo classico romano –. Tutti gli altri sono… normali". Ai più scoraggiati non ne viene in mente nemmeno uno di coinvolgente, ma quando succede, i loro occhi si illuminano. "Abbiamo una professoressa intransigente che però è fantastica perché mette passione nel suo lavoro ed è bravissima a spiegare – ci racconta entusiasta Giuliano –. È molto attenta all’attualità e con lei abbiamo fatto un sacco di progetti su ambiente, geopolitica, migrazioni. Un’ora a settimana la dedichiamo a quello che succede fuori da qui".

Desirée ha 18 anni e frequenta il terzo anno di un istituto professionale, indirizzo turistico, a Milano. Non vede l’ora di finire e andare a lavorare. "L’essenziale, in un prof, è evitare di dare note per qualsiasi cosa ed essere disponibile a rispiegare e aiutare gli studenti". "Spesso nell’ambiente scolastico l’apparire sembra aver preso il posto dell’essere – afferma Rachele, 16 anni, di Roma –: molti prof sbandierano le loro conoscenze, leggono libri sul razzismo e sul sessismo, ma non hanno voglia di affrontare davvero l’argomento". 

Un giorno da preside

Quando chiediamo loro cosa cambierebbero se fossero presidi per un giorno, da Roma in giù il pensiero va subito alle strutture

Quando chiediamo cosa cambierebbero se fossero presidi della loro scuola, da Roma in giù il pensiero va subito alle strutture: "Le classi, i bagni, le cucine, le sale che non vanno bene per niente e le aule che spesso sono inagibili o inadeguate al loro scopo», racconta Martina che frequenta il terzo anno di un istituto alberghiero palermitano e da grande vorrebbe fare la cuoca all’estero. Nella stessa città c’è Alfred, ha 15 anni, frequenta un liceo linguistico e vuole diventare un cantante, un ballerino e un attore: "Attraverso le mie canzoni voglio dire a tutti che viviamo in un mondo di merda e che se non facciamo qualcosa peggioreremo le cose. Ho sempre detestato la scuola, ma ci vado per raggiungere il mio obiettivo. I bagni sono indecenti e il teatro è inagibile e questa è una cosa grave perché l’arte e la musica sono importanti e a scuola servono per fare comunità".

Oltre sei miliardi di euro da investire sugli edifici scolastici per evitare nuovi drammi

Se la preside fosse Giorgia, metterebbe ovunque le case dell’acqua, farebbe la raccolta differenziata, comprerebbe solo carta riciclata e cercherebbe "di non ostacolare i progetti e le iniziative degli studenti". Laura, invece, da Roma propone di trascorrere più tempo all’aperto: "La natura influenza l’aspetto psicologico dei ragazzi".

Al primo posto le amicizie

Ma la felicità della propria giornata si costruisce anche a scuola? "No – risponde secco Giuliano –. La scuola fa la mia felicità solo se i voti sono belli e i genitori sono felici". All’estremo opposto c’è Silvano che ha 17 anni e frequenta un liceo musicale nel cuore di Palermo: "Una delle cose che mi rende più felice è l’idea che in futuro io possa essere utile alla società e allo sviluppo del nostro Paese. La scuola mi serve per essere libero: però il saper vivere non ci viene insegnato dai docenti, siamo noi alunni che convivendo giorno dopo giorno scopriamo cosa sia la società".

"Prima di covid pensavo di odiare la scuola, ma ora ho capito che senza non riesco a essere felice. La scuola è la mia seconda casa"Gregorio

"Prima di covid pensavo di odiare la scuola, ma ora ho capito che senza non riesco a essere felice – racconta Gregorio da Palermo –. La scuola è la mia seconda casa: lì sono iniziate le mie più grandi amicizie, lì si sono manifestati i miei primi interessi, sono nate le mie prime relazioni sentimentali. Se oggi sono il ragazzo che sono è sicuramente grazie alla scuola. Mi rimarranno dei bellissimi ricordi, ma soprattutto la conoscenza e il sapere, che sono gli unici strumenti per sconfiggere la superficialità crescente". Studentesse e studenti hanno pagato un prezzo altissimo durante il lockdown, eppure sono stati capaci di trarne lezioni fondamentali. "La quarantena mi ha fatto capire che la scuola fa un po’ la mia felicità – ci confida Sara –. Ho sofferto tantissimo la distanza e la mancanza di contatti. Rimanere concentrati era davvero difficile".

Due che a scuola sono stati salvati dall’amicizia sono Francesca e Luca. Lei coloratissima, con una borsa arcobaleno e i capelli verdi, lui più silenzioso e timido, porta i lunghi capelli raccolti in una coda: «Non so perché ho scelto questa scuola e non so cosa voglio fare dopo. Se sono rimasto è per colpa sua – dice ridendo mentre indica Francesca –, per amicizia".

Stare in società

Anche il giudizio sulla società è unanime: "Fa schifo", sbotta Alfred. Da Milano, Maria Vittoria risponde: "Ci sono troppo odio e violenza, in tutte le generazioni, ma soprattutto in quella dei nostri genitori". "Chi ci governa è di vecchio stampo e non ci rappresenta. Non vedo l’ora di votare perché credo sia uno strumento che ci permetterà di farci sentire", aggiunge Marta.

"Nalla società ci sono troppo odio e violenza, soprattutto nella generazione dei nostri genitori"Maria Vittoria

L’ottimismo, però, non viene meno. "Si può cambiare molto – afferma decisa Elena da Laterza –. Ci sottovalutano, noi non siamo la generazione bruciata che pensano gli adulti. Valiamo tanto e facciamo tantissime cose, non siamo mai fermi". Nessuno pensa di dover stare con le mani in mano: "Se le cose non mi vanno bene cerco di trasformarle, che è diverso da cambiarle – prosegue Alfred –. Le cose non si cambiano con uno schiocco di dita, ma si possono trasformare a poco a poco. Perché succeda bisogna combattere ed essere i primi a dare il buon esempio".

Generazione Z, l'appello di Davide: "Sognateci!"

Da lavialibera n°4 luglio/agosto 2020
* Il femminile nel titolo per rappresentare la totalità di cittadini e cittadine nasce dalla scelta de lavialibera di non ricorrere meccanicamente al maschile generico e di tenere conto, senza rigidità, delle potenzialità politiche e sociali di un linguaggio inclusivo

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