Roberto Di Bella, ex presidente del Tribunale per i minorenni di Reggio Calabria. Credits: Andrea Panegrossi/LaPresse
Roberto Di Bella, ex presidente del Tribunale per i minorenni di Reggio Calabria. Credits: Andrea Panegrossi/LaPresse

"Liberi di scegliere, un modo diverso di fare antimafia"

È un programma che tutela minori e donne che si allontanano dalla 'ndrangheta. Il giudice Di Bella: "Non esiste un confine indelebile tra buoni e cattivi"

Elena Ciccarello

Elena CiccarelloDirettrice responsabile lavialibera

1 dicembre 2020

Ottanta minori e circa 30 nuclei familiari, tante sono le persone che dal 2012 a oggi hanno potuto lasciare la Calabria e la 'ndrangheta grazie al progetto Liberi di scegliere. L'iniziativa è nata da un'intuizione dell’ex presidente del Tribunale per i minorenni di Reggio Calabria, Roberto Di Bella. Un'intuizione semplice ma dirompente: nei più duri contesti di 'ndrangheta, i tradizionali interventi rivolti ai minori non funzionano. Il loro fallimento significa adolescenti che, anche sotto gli occhi di insegnanti, parroci, assistenti sociali e giudici, abbandonano la scuola, continuano a macchiarsi di delitti atroci, entrano in carcere giovanissimi per uscirne già adulti o non uscirne mai più. Nei casi ancora peggiori, quel fallimento significa vite spezzate sul nascere, a causa di qualche faida o di un regolamento di conti. Oggi esiste una via di uscita, un unicum a livello internazionale.

Nei più duri contesti di 'ndrangheta, i tradizionali interventi rivolti ai minori non funzionano. Il loro fallimento significa adolescenti che abbandonano la scuola e continuano a macchiarsi di delitti atroci

L’ultima versione del protocollo è stata firmata lo scorso 31 luglio 2020. A sottoscriverlo i ministeri della Giustizia, dell’Interno, Miur e Pari opportunità, la Direzione nazionale antimafia, la Cei e l’associazione Libera. Al primo punto del documento, l’impegno di strutture e di risorse per la creazione di una rete specializzata – giudici, assistenti sociali, psicologi, forze dell’ordine, famiglie affidatarie, casa famiglia, strutture comunitarie – in grado di affrontare puntualmente ogni caso e di dialogare con i familiari detenuti, nel tentativo di coinvolgerli nel nuovo percorso dei figli. Nessun furto di bambini, dice Di Bella, ma "un modo diverso di affrontare il problema della criminalità”.

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Vite a perdere

Nell’ultimo quarto di secolo, il Tribunale dei minorenni di Reggio Calabria ha gestito più di 100 processi per reati di associazione mafiosa, più di 50 per omicidio o tentato omicidio, tutti a carico di imputati adolescenti. Nelle famiglie di ‘ndrangheta non è raro che i minori siano utilizzati per traffici, estorsioni e persino omicidi. È successo che bambine e ragazzi venissero usati per ricattare le madri che avevano scelto di collaborare con la giustizia (poi uccise). Molti finiscono in carcere giovanissimi, altri vengono inviati in comunità, affidati a parenti o servizi sociali mentre i genitori sono reclusi. In alcuni casi subiscono maltrattamenti e forti pressioni da alcuni familiari. Le tradizionali agenzie educative sono per lo più impotenti: la scuola non riesce a incidere, gli operatori sociali sono spesso in difficoltà anche solo a frequentare alcune abitazioni. E dopo i tradizionali percorsi di messa alla prova i minori tornano spesso a delinquere, con tassi altissimi di recidiva.

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"L'amore come chiave di volta"

“I primi provvedimenti risalgono al 2012: abbiamo pensato di allontanare alcuni minori per qualche tempo dalla Calabria e dai loro contesti per consentire a loro di sperimentare orizzonti culturali, sociali, affettivi, psicologici diversi, ma anche per permettere agli operatori della giustizia minorile, assistenti sociali, psicologi, famiglie affidatarie e comunità, di lavorare liberi dalle pressioni ambientali. Più volte capitava che gli assistenti sociali mi riferissero di aver ricevuto pressioni o comunque di non lavorare in un clima sereno”, spiega il presidente Di Bella. “Non si trattava di rieducare nessuno. Semplicemente di mostrare a questi ragazzi, per un periodo di tempo, che fuori dagli spazi chiusi delle loro case esisteva un altro mondo. Non avremmo mai chiesto loro di rinnegare i padri e le madri, ma solo di domandarsi se veramente volevano per il loro futuro la strada che quelle famiglie avevano scelto”. 

"Non si trattava di rieducare nessuno. Non avremmo mai chiesto di rinnegare i padri e le madri, ma solo di domandarsi se veramente volevano per il loro futuro la strada che quelle famiglie avevano scelto per loro" Roberto Di bella

L’individuazione di famiglie maltrattanti e la costruzione di percorsi alternativi alla comunità e al carcere, sono stati il primo tassello. Ma il percorso è andato oltre, trovando per la prima volta un modo per tutelare anche i genitori che decidono di seguire i figli. In particolare, le madri che spesso non hanno nulla da riferire alla giustizia e che quindi non possono accedere ai programmi di protezione previsti per collaboratrici e testimoni di giustizia. “Abbiamo colmato un vuoto di tutela e una lacuna normativa, garantendo una protezione e un supporto anche per le madri e i nuclei familiari. Prima del protocollo, o entravano nel programma di protezione previsto per chi collabora con la giustizia, o non c’era alcuna possibilità di aiuto. I minori andavano in comunità, in carcere, o restavano affidati a famiglie spesso con gravi problemi”, continua Di Bella, che ci tiene a precisare “la chiave di volta è stato l’amore delle madri, per i figli e per loro stesse. L’amore come strumento per vincere la paura e le resistenze”.

Un progetto corale

Il progetto non ha avuto vita facile, soprattutto all'inizio, per la difficoltà di certi interventi e perché è stato anche autorevolmente criticato per la radicalità del suo intervento sui minori. Tuttavia, alla fine, la cura dedicata a ogni singolo percorso, l'assenza di automatismi e di freddezze burocratiche ha convinto i più, portando anche a risultati inaspettati. In alcuni casi, anche qualche padre detenuto ha scelto di raggiungere i familiari una volta terminato il periodo di carcerazione. Il raggio di azione del progetto si è allargato, consentendo di intervenire pure a favore di una ragazza vittima di violenza sessuale di gruppo, maturata in contesti mafiosi, per la quale la legge non prevedeva sostegni per un trasferimento suo e della famiglia.

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Il progetto, nato dalla necessità stringente di non accettare l'esistenza di vite a perdere, si è così sviluppato prima in modo artigianale, poi sempre più organizzato. L'incipit è stato il rapporto instaurato con le madri dei minori presi in carico dal Tribunale. “L’allontanamento del minore richiedeva cautela, un approfondimento della sua storia attento e meticoloso. E un’assunzione di responsabilità che non doveva mai diventare routine, gesto meccanico”, prosegue Di Bella. “Quando si fanno i provvedimenti di allontamento dei minori bisogna sentire i genitori. Parlando con le madri, abbiamo cominciato a percepire la loro sofferenza: in poco tempo si è aperta davanti a noi una voragine inaspettata. Piangevano, mostravano segni di cedimento. Alcune iniziavano a esprimere il desiderio, che allora pareva inesaudibile, di andare via. Di fronte a queste richieste ci siamo accorti che il Tribunale era troppo piccolo e non avevamo risorse sufficienti per aiutarle”.

Così è nato il progressivo coinvolgimento delle istituzioni, con una forte partecipazione della Direzione nazionale antimafia guidata dal procuratore Cafiero de Raho, la chiesa, enti e associazioni, famiglie affidatarie, che oggi garantiscono una rete di sostegno al lavoro dei giudici minorili. Se oggi il protocollo garantisce alloggi, lavoro, e consente di iscrivere e seguire i minori a scuola è perché si è attivata una collaborazione ampia, che ha reso il progetto un impegno collettivo. “Nel periodo di transizione non ce l’avremmo fatta senza il contributo determinante dell’associazione Libera, che aveva la capillarità e la velocità d’azione che le vite dei ragazzi richiedevano”, racconta Di Bella. L’incontro cruciale risale al 25 aprile 2015.

Un passo avanti, nel nome di Lea

“Per Libera, che veniva da una storia e da una cultura dell’antimafia da sempre vicina ai familiari delle vittime, è stato determinante l’incontro con la storia di Lea Garofalo (testimone di giustizia, uccisa nel 2009 dalla 'ndrangheta, ndr). Io stessa, abituata com’ero a stare sempre con le vittime di mafia, nei processi, non avevo gli strumenti necessari per affrontare il dolore dei minori e delle donne di ‘ndrangheta” ammette Enza Rando, avvocato e vicepresidente di Libera. “Quando abbiamo conosciuto Lea Garofalo, che ci raccontava come si è ribellata alla litania delle mafie 'ereditarie', al 'noi siamo così', abbiamo capito che non potevamo ignorare quell’altro fronte, popolato da chi soffre dentro le mafie, prima di tutto bambini e adolescenti. Così è nato l’incontro con il Tribunale dei minorenni di Reggio Calabria, e così abbiamo scelto con loro varie forme di accompagnamento. Non c’è un percorso prestabilito, ogni trattamento viene personalizzato sul minore e la donna coinvolta, poiché ciascuno di loro ha vissuti ma anche personalità, cultura e condizioni di partenza differenti”.

"Esistono speranze anche per chi ha vagliato la soglia del carcere. Non penso che esista un confine indelebile tra buoni e cattivi. Tanti papà mi stanno scrivendo, anche detenuti al 41 bis, incoraggiando l’iniziativa"Roberto Di Bella

Il progetto Liberi di scegliere condensa l'idea di un’antimafia che non si rassegna all'idea che possano esistere vite di scarto. “Un ragazzo in carcere diventa ancora più mafioso”, sostiene Rando. “Esistono speranze anche per chi ha vagliato la soglia del carcere. Non penso che esista un confine indelebile tra buoni e cattivi – conclude Di Bella. – Tanti papà mi stanno scrivendo, anche detenuti al 41 bis, incoraggiando l’iniziativa. Rispondo loro che, anche se hanno sbagliato, possono almeno garantire ai figli un futuro diverso, onorando così la propria esistenza dal carcere".

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