22 ottobre 2020, Milano, primo giorno di coprifuoco e chiusura anticipata dei locali (Claudio Furlan/LaPresse)
22 ottobre 2020, Milano, primo giorno di coprifuoco e chiusura anticipata dei locali (Claudio Furlan/LaPresse)

Lockdown a Milano: badanti e filippini i poveri del Covid

Dal Rapporto Povertà della Caritas Ambrosiana emerge uno spaccato sulle vittime collaterali del lockdown nel capoluogo lombardo. Il direttore Gualzetti: "Bisogna evitare di strumentalizzare le sofferenze"

Andrea Giambartolomei

Andrea GiambartolomeiRedattore lavialibera

29 ottobre 2020

La pandemia ha morso anche la ricca Milano e le città vicine, mettendo in evidenza il divario sociale all’interno della capitale economica e finanziaria del Paese, tra le città più colpite dal Covid-19. Lavoratori in cassa integrazione, dipendenti di alberghi, camerieri e cuochi dei ristoranti, baristi e badanti sono le persone che, da marzo a luglio, sono andati nei centri della Caritas ambrosiana per chiedere cibo, vestiti e qualche aiuto per pagare affitti e bollette perché impoverite dal lockdown. Il quadro emerge dal Rapporto Povertà 2019 (che, in via eccezionale, raccoglie anche informazioni su una fetta del 2020) presentato ieri, giorno in cui il sindaco Giuseppe Sala ha affermato che il lockdown “oggi è una scelta sbagliata” in una città che, secondo le stime, ha già perso dieci miliardi di euro per lo stop a fiere, pubblici esercizi, eventi e moda. “Ristoratori e commercianti vedono per la seconda volta bloccare le proprie attività – nota Luciano Gualzetti, direttore della Caritas ambrosiana, riflettendo sulle proteste di lunedì –. Quando non si riesce a dare una risposta adeguata a tutto questo, il rischio è che le persone non se la prendano più col virus, con lo Stato, con le imprese o con gli ultimi, visti sempre come la minaccia della tranquillità e del proprio benessere”. Per questo “bisogna essere responsabili ed evitare le strumentalizzazioni di sofferenze oggettive”.

26 ottobre, Milano, il corteo contro il coprifuoco (Foto Simone Bauducco)
26 ottobre, Milano, il corteo contro il coprifuoco (Foto Simone Bauducco)

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I filippini tra le "vittime collaterali del lockdown"

Di solito i migranti dalle Filippine "possono contare su reti allargate di connazionali. Con la crisi del settore dei servizi alla persona molti si sono rivolti alla Caritas"

Delle 4.192 persone che hanno chiesto un aiuto alla Caritas Ambrosiana tra il 25 marzo e il 31 luglio scorso in 84 centri di ascolto, 1.774 hanno spiegato di aver avuto problemi a causa della pandemia: considerando che i centri di ascolto sono 390, il numero di “vittime collaterali del lockdown” potrebbe arrivare a circa novemila persone, stima l’organismo ecclesiastico dell’Arcidiocesi di Milano. Sono soprattutto donne (59,6 per cento) e soprattutto straniere (61,7 per cento) le persone che si sono rivolte all’organizzazione cattolica. Tra gli stranieri, prevalgono i filippini (17,2 per cento), “un dato non consueto – si legge nel rapporto –, poiché si tratta di una popolazione normalmente poco rappresentata all’interno del nostro campione”. Questa comunità straniera, tra le prime arrivate in Italia e tra le più integrate, solitamente non ha mai avuto problemi di povertà. Che cosa è accaduto? “Sono persone che lavorano principalmente nei servizi alla persona, in Italia da diversi anni, che possono contare su reti allargate di connazionali (familiari e amici), alle quali si rivolgono nei momenti di difficoltà. La crisi del settore dei servizi alla persona durante il lockdown e nei primi mesi di parziale riapertura ha coinvolto anche molti degli appartenenti a questa comunità, costringendoli a rivolgersi ai centri Caritas”.

In cassa integrazione in attesa delle indennità

C’è poi un’altra grande differenza rispetto al passato. A chiedere aiuto sono soprattutto i disoccupati, ma le proporzioni sono variate. Ad esempio, nel 2019, ogni cinque persone che si rivolgevano alla Caritas ambrosiana una aveva un lavoro, mentre durante la crisi da Covid 19 c’era un occupato ogni tre persone. Questo è avvenuto perché “l’emergenza sanitaria e la conseguente chiusura dei diversi settori produttivi da un lato ha reso ancora più difficile trovare lavoro a chi già non l’aveva o ha determinato la perdita dell’occupazione per i lavoratori precari e irregolari; dall’altro, ha penalizzato anche chi un’occupazione ce l’aveva”, è scritto ancora nello studio. E su di loro, inoltre, ha gravato anche il ritardo degli aiuti statali come la cassa integrazione “i cui tempi di erogazione molto lunghi hanno lasciato in condizioni estremamente critiche molte famiglie che, prive di risparmi sufficienti a far fronte alle spese quotidiane, hanno dovuto chiedere aiuto ai centri Caritas”.

Gli ammortizzatori sociali si sono rivelati strumenti troppo deboli e inefficienti. Le indennità sono arrivate troppo tardi e sono state comunque troppo modeste per il costo della vita specie a MilanoLuciano Gualzetti - Direttore Caritas Ambrosiana

Tra 65 schede compilate dai volontari e prese in esame, in almeno 22 casi un componente del nucleo familiare aveva diritto alla cassa integrazione; in 17 casi si trattava di stranieri impiegati come operai in fabbrica, addetti alle pulizie o nel settore della ristorazione, persone che dovevano sfamare la famiglia con uno stipendio ridotto in attesa di indennità che tardavano ad arrivare. “Gli ammortizzatori sociali si sono rivelati strumenti troppo deboli e inefficienti. Le indennità sono arrivate troppo tardi e sono state comunque troppo modeste per il costo della vita specie a Milano – ha osservato Gualzetti –. In vista di nuove chiusure che si profilano per contenere la nuova ondata di contagi andrà tenuto presente. Se non vogliamo che la crisi sociale esploda in maniera conflittuale dovremo rivedere il sistema di aiuti”.

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Le badanti rimaste a casa

Tra i tanti operai, magazzinieri, lavoratori della ristorazione o del settore alberghiero, precari e lavoratori in nero, c’è una categoria che sembra avere avuto più problemi: quella delle badanti, tra le prime a rimanere senza lavoro quando il virus ha costretto tutti a stare a casa e a limitare i contatti. Tra le storie raccolte nei centri di ascolto, c'è quella della donna che si guadagnava da vivere lavorando come badante poche ore a settimana e, a causa della diffusione della malattia, è stata lasciata a casa. C’è quella che è stata “licenziata” perché il figlio dell’anziana assistita è rimasto senza lavoro e poteva accudire lui la madre, risparmiando denaro, caso simile a quello di un’italiana diventata disoccupata quando il suo cliente è stato “preso in carico” dal fratello rimasto in cassa integrazione. Poi ci sono quelle rimaste senza lavoro perché l’anziano accudito è morto per il coronavirus. Tra queste storie, risalta un caso: quello di una famiglia – già in difficoltà nel pagare l’affitto della casa popolare – in cui il marito è stato messo in cassa integrazione e la moglie si è trovata senza lavoro da badante (in nero) dopo la morte dell’assistita per Covid 19.

A leggere ancora tra queste storie, poi, si notano anche famiglie italiane “plurireddito” siano state messe in ginocchio. A chiedere aiuto, ad esempio, ce n’è stata una in cui “a causa del Covid-19 al marito hanno ridotto le ore di lavoro e la moglie è stata messa in cassa integrazione e le è stato comunicato che dopo la scadenza il contratto di lavoro non sarà rinnovato”. In un’altra, la figlia maggiorenne “ha perso il lavoro come parrucchiera a causa del Covid 19”, la madre, dipendente di un albergo, “ha perso il lavoro durante l’emergenza sanitaria, mentre il padre, impiegato nella stessa struttura, è stato messo in cassa integrazione, ma non ha ancora percepito l’indennità che gli spetta”.

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