Napoli 23 ottobre 2020 A.Pone/Lapresse
Napoli 23 ottobre 2020 A.Pone/Lapresse

Le proteste di Napoli

Dopo Covid, la città di Napoli è più povera e spaventata, in balia di agitatori professionisti, malavitosi e disperati. Dati e testimonianze per comprendere la miccia partenopea

Daniela De Crescenzo

Daniela De CrescenzoGiornalista

25 ottobre 2020

Filomena è finita nelle grinfie degli usurai per un prestito di duemila euro. Giuseppina ha perso il lavoro a nero e ha il marito in cassa integrazione. Lello sta per chiudere il negozio da parrucchiere aperto cinquanta anni fa da suo padre.

C’è chi ha paura del Covid-19 e chi è terrorizzato dalla fame. E Napoli torna a essere una città spaventata, frammentata, in balia di agitatori professionisti, malavitosi e disperati. La serata di venerdì, quando la protesta contro un nuovo possibile lockdown si è trasformata in vandalismo, assalto alle forze dell’ordine e caccia ai giornalisti, è l’ennesimo capitolo di una storia che si ripete sempre uguale: dalle proteste per il lavoro diventate raid, alle manifestazioni antidiscarica trasformate in scontro tra clan.

La polveriera Napoli

Del resto basta dare uno sguardo ai dati per capire quanto sia facile far esplodere la polveriera Napoli, manovrarla, utilizzarla. Secondo i dati pubblicati sull'edizione 2020 dell'annuario regionale Eurostat, nel 2018 il rischio più elevato di povertà o esclusione sociale era registrato in Europa in due regioni dell'Italia meridionale: la Campania (53,6 per cento) e la Sicilia (51,6 per cento). Secondo la stessa ricerca il tasso di povertà della Campania è del 41,4 per cento. Stando ai dati Istat nella regione la povertà relativa ha inciso nel 2019 per il 21,8 per cento rispetto all’11, 8 per cento che è il dato complessivo della penisola.

Nel 2018, la Campania risultava essere la regione con il più elevato rischio di povertà o esclusione sociale registrato in Europa

Una situazione ovviamente peggiorata dal tornado pandemia che minaccia di radere al suolo la già fragile economia campana, che si regge soprattutto sul terziario: bar, ristoranti, siti turistici sono la fonte di reddito della gran parte delle famiglie che non sono riuscite a conquistarsi “il posto”. Non a caso, secondo i dati Inps, a Napoli sono quasi raddoppiate le famiglie che tirano avanti grazie al reddito di cittadinanza. A settembre l’istituto di previdenza ha registrato una crescita di più del 50 per cento di card assegnate. Le cifre non lasciano dubbi. I beneficiari sono aumentati del 49,4 per cento rispetto a un anno fa, del 28,9 per cento rispetto a gennaio 2020; dell’1,3 per cento rispetto a un mese fa. Un bel record se si considera che la Campania, con in testa il capoluogo, è da sempre la regione con il maggior numero di richiedenti.

Il lockdown del sommerso

Un boom che non è difficile spiegare. Anna Trocino, una delle tante donne che tira avanti grazie al reddito, ha aperto una pagina Facebook intitolata “Reddito di cittadinanza e molto altro” che ha raccolto più di 25 mila like e gestisce un gruppo con 50 mila partecipanti. Un osservatorio privilegiato che le permette di interpretare i numeri: “In città c’è stata una valanga di licenziamenti tra i lavoratori in nero – sostiene – e quindi chi è rimasto a reddito zero ha deciso di chiedere il sussidio”.  Il lavoro nero è da sempre il maggior ammortizzatore sociale di Napoli e dell’intero Meridione: secondo l’Istat i dipendenti irregolari sono il 20 per cento del totale con una media nettamente superiore a quella italiana (13,1 per cento). Su 1.800.000 lavoratori, dunque, circa 360mila sono completamente ignoti all’istituto di previdenza e quindi oggi non hanno alcun sussidio e alcuna fonte di reddito. 

Il lavoro nero è il maggior ammortizzatore sociale di Napoli e del Meridione. Circa 360mila lavoratori sono ignoti all’istituto di previdenza e si trovano oggi senza reddito né sussidi

Sono alla fame insieme alle loro famiglie e per mangiare spesso ricorrono all’usura. Spiega Amedeo Scaramella, presidente dell’associazione antiusura San Giuseppe Moscati: “Nel periodo del lockdown ci siamo mobilitati per consegnare le tessere alimentari, ma è stata una goccia nel mare”. Dopo la sospensione delle attività legata alle regole anticovid, dall’otto settembre lo sportello di ascolto ha ripreso le proprie attività. “E ci sono già arrivate 100 richieste di aiuto”. Fino a marzo a rivolgersi alla fondazione erano soprattutto persone già cadute nelle maglie dell’usura o che non riuscivano più a pagare l’affitto. Dopo il lockdown, a bussare alle porte dell’antiusura è stato anche l’esercito di chi ha perso il lavoro.

Nell'emergenza, i clan cercano alleati e prestanome. La testimonianza esclusiva

La rete della solidarietà

Tanti possono contare solo sulla solidarietà della Caritas e delle tante associazioni che da marzo fanno di tutto per dare una mano. Carmela Manco, fondatrice e presidente dell’Associazione “Figli in Famiglia O.n.l.u.s.” di San Giovanni a Teduccio,  che organizza doposcuola, corsi di recitazione e di teatro, palestra, corsi di artigianato, cucina, danza, ballo,  e falegnameria, dà voce alla disperazione di tanti:  “Nel primo lockdown con le nostre sole forze abbiamo fornito seicento 'spese' al mese, ora ci stiamo riorganizzando e da venerdì abbiamo ripreso le consegne. Ma con più difficoltà perché riusciamo a raccogliere meno contributi. Il problema della povertà si sta allargando, sta diventando un po’ di tutti. Prima chiedeva soprattutto chi fino a qual momento aveva lavorato a nero. Adesso chiedono anche gli operai e gli impiegati che stanno in cassa integrazione, ma non riescono a incassare l’assegno”.

E poi racconta una storia, una delle tante che si trova ad affrontare in questi giorni: “Da noi è arrivato un ragazzo impegnato in una cooperativa che fornisce servizi all’aeroporto: aspetta da mesi la cassa integrazione. Ha quattro bambini e non può mettere il piatto a tavola. Mi ha detto: “Prima ero sereno, avevo una mia stabilità, ora sono in un inferno”.

"Prima chiedeva aiuto soprattutto chi aveva lavorato a nero. Adesso chiedono anche gli operai e gli impiegati che stanno in cassa integrazione" Carmela Manco - Associazione Figli in Famiglia onlus

E all’inferno il girone dei poveri diventa sempre più affollato: “Pure i miei collaboratori che lavorano a progetto sono in difficoltà: hanno avuto solo una volta il contributo previsto dallo Stato”, spiega Carmela Manco. Amara la conclusione: “La gente è esasperata. È la paura che ci sta uccidendo. Se inculcano la paura succede quello che è accaduto venerdì. La gente non ce la fa più, non sa come vivere e non si vedono soluzioni. Ci devono trattare come esseri umani, se no accade che anche una manifestazione nata pacifica diventa lo sfogo di mille ansie e paure”.

Le reti di solidarietà hanno garantito la tenuta sociale di intere zone durante il primo lockdown 

Il tempo dell'attesa è finito

A soffrire, però, non sono solo i lavoratori dipendenti: sono tante le piccole e medie imprese che rischiano di chiudere o di finire nelle mani dei clan. Da mesi magistrati, forze dell’ordine, e associazioni di settore hanno lanciato l’allarme: la crisi provocata dal Covid-19 può trasformarsi in un’occasione per i gruppi criminali che secondo le stime degli istituti di ricerca hanno circa 250 miliardi da riciclare. Gli imprenditori che avevano resistito al primo lockdown temono di non sopravvivere alla probabile seconda chiusura. Spiega Luigi Cuomo, presidente dell’associazione antiracket Sos impresa: “A marzo i clan hanno tentato di infiltrarsi nella gestione degli aiuti alimentare per conquistare ulteriore seguito, adesso stanno provando a farsi avanti anche nella seconda fase. Fortunatamente nella manifestazione di venerdì scorso la presenza dei malavitosi è diventata evidente e quindi può essere fermata. Ma per farlo lo Stato deve intervenire massicciamente: non si può più delegare alle banche la gestione dei fondi e non sono ammissibili i ritardi di questi mesi nell’erogazione della cassa integrazione”.
Il tempo dell’attesa è finito: adesso, concordano tutti, bisogna intervenire. 

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