Credits: Action Aid
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Violentate e pagate meno: donne al lavoro nei campi

In totale, sono 180mila i lavoratori vulnerabili allo sfruttamento. Lo denuncia il V rapporto Agromafie e caporalato a cura dell'Osservatorio Placido Rizzotto della Flai-Cgil che fotografa la situazione nel settore agroalimentare dal 2018 al 2020

Redazione <br> lavialibera

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16 ottobre 2020

Vengono pagate meno degli uomini, pur facendo gli stessi orari, e sono violentate da datori di lavoro e intermediari: ecco le donne al lavoro nei campi. Lo denuncia il V rapporto Agromafie e caporalato a cura dell’Osservatorio Placido Rizzotto della Flai-Cgil. Un rapporto che fotografa lo sfruttamento nel settore agroalimentare negli ultimi due anni, stimando in 180mila i lavoratori vulnerabili. Particolare attenzione, però, è dedicata alle lavoratrici che subiscono abusi "più spietati" rispetto ai colleghi, nonché spesso accompagnati da forme di "sfruttamento e violenze sessuali".

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Pochi dati, tante sfruttate

Secondo i dati Istat, dal 2007 al 2018 il numero di lavoratori e lavoratrici stranieri impiegati nei campi è aumentato di molto. Per quel che riguarda le donne, in particolare, si registra una crescita di circa il 200 per cento. E il settore agricolo, insieme a quello domestico, è il principale ambito di sfruttamento lavorativo. Uno sfruttamento che si basa sulle particolari condizioni di vulnerabilità in cui si trovano le braccianti, soprattutto migranti. Anche se i dati sono ancora esigui: tra il 2017 e il 2018 sono state valutate 118 donne vittime di grave sfruttamento lavorativo, di cui 38 in ambito domestico e 37 in quello agricolo. Numeri che, però, "sembrano gravemente sottostimati se messi in relazione alle testimonianze delle violazioni e delle condizioni di sfruttamento subite da tante lavoratrici migranti", scrivono Maria Grazia Giammarinaro e Letizia Palumbo. Una delle ragioni è individuata nel fatto che "l'emersione dei casi, così come l'accesso delle vittime a percorsi di assistenza e protezione, sono ancora molto limitati". 

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Pagate la metà e vittime di violenza

Violenza e sfruttamento sessuale costituiscono un elemento quasi sistematico,  soprattutto in alcune zone del paese fortemente segnate da fenomeni di illegalità e criminalità organizzata

Non solo uomini, ma anche le donne lavorano nelle nostre campagne in condizioni di sfruttamento e degrado sia quando si occupano della raccolta sia quando sono impegnate nel confezionamento dei prodotti ortofrutticoli. Lavorano dalle nove alle dieci ore al giorno, stando curve o in piedi, a temperature pesantissime, e spesso a diretto contatto con fitofarmaci molto aggressivi. Vivono in abitazioni fatiscienti e con retribuzioni al di sotto dei parametri contrattuali. Ma sono due le particolarità che caratterizzano lo sfruttamento femminile in agricoltura. Innanzitutto, le dure e faticose condizioni di lavoro sono spesso accompagnate da forme di violenza e sfruttamento sessuale che "sembrano costituire — specialmente in alcune zone del paese fortemente segnate da fenomeni di illegalità e criminalità organizzata — un elemento quasi sistematico di un modello produttivo che si basa sull'abuso di condizione di vulnerabilità delle donne e sulla loro necessità di non perdere il lavoro".

A farne le spese sono sia le donne migranti sia le lavoratrici comunitarie, in particolare rumene e bulgare, molto presenti in alcune regioni come Sicilia e Puglia. Nelle campagne pugliesi, per esempio, l’accesso al corpo delle operaie agricole comunitarie è considerato un diritto di datori di lavoro e intermediari. I caporali rumeni decidono giornalmente "se destinare le donne alla raccolta o ai rapporti sessuali forzati". Un dato utile a questo proposito è il numero delle interruzioni volontarie di gravidanza. Tra il 2016, il 2017 e il 2018, molti degli aborti volontari di donne di nazionalità rumena in Puglia sono avvenuti nella provincia di Foggia: il numero più alto a livello regionale.

A ciò si aggiunge una disparità salariale. Le paghe delle donne sono mediamente inferiori rispetto ai maschi, nonostante gli orari siano pressoché equivalenti: a volte si parla di meno della metà di quanto percepito dai colleghi uomini. Nella maggior parte dei casi le lavoratrici migranti hanno contratti stagionali e lavorano un numero di ore di gran lunga superiore a quelle dichiarate. In particolare, sono frequenti i contratti di lavoro a tempo determinato con meno di 50 giornate di lavoro annue o 102 giornate biennali registrate. Così le braccianti vengono escluse dall'accesso a una serie di misure di welfare, come il sussidio di disoccupazione agricola e la maternità, garantite a chi ha contratti al di sopra delle 51 giornate lavorative all'anno. 

Il caso delle lavoratrici rumene nel ragusano

Un caso emblematico delle forme di sfruttamento e abuso è quello delle lavoratrici rumene, impiegate nelle serre del ragusano, dove negli ultimi anni svolgono lavori tradizionalmente riservati agli uomini. Una delle storie più drammatiche riguarda una donna rumena che per nove anni ha subito un doppio sfruttamento lavorativo e sessuale da parte del suo capo. Viveva nelle serre costantemente controllata, tanto che le era impedito di uscire da sola persino per fare la spesa. Non solo, il capo l'ha messa incinta diverse volte e lei, quando non è riuscita ad andare in Romania, si è procurata l’aborto con acqua bollente e altri espedienti. Come ha spiegato un'operatrice alle autrici del rapporto, "la donna sottostava a questa situazione perché aveva paura di quell’uomo ma anche perché aveva bisogno di lavorare, per poter garantire ai suoi sei figli".

Una donna rumena impiegata nelle serre del ragusano è stata messa incinta dal capo diverse volte. Quando non è riuscita ad andare in Romania, si è procurata l’aborto con acqua bollente e altri espedienti

Non solo Sud

Era diventata un simbolo dell'agricoltura sostenibile del ritorno dei giovani nei campi all'insegna dell'innovazione, tanto da aver ricevuto un doppio riconoscimento da Coldiretti, la principale associazione di categoria degli agricoltori. Ma lo scorso agosto la startup straBerry, che raccoglieva fragole e frutti di bosco da vendere nelle piazze del centro di Milano a bordo di una colorata Apecar, è accusata di aver impiegato migranti extracomunitari in condizioni disumane e senza alcun rispetto delle norme anti-Covid. La notizia ha fatto scalpore, eppure non si tratta di un episodio isolato. "Non è raro che gli imprenditori italiani sfruttino i lavoratori stranieri e non perché strozzati dalla grande distribuzione, ma per guadagnare di più", ha detto a lavialibera Emilio Santoro, docente di filosofia del diritto dell'università di Firenze e tra gli autori del nuovo rapporto. 

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La sua analisi evidenzia come più della metà delle 260 inchieste avviate da 99 procure sullo sfruttamento dei lavoratori dopo l'approvazione della norma 199 del 2016, conosciuta come legge anticaporalato, non riguardi il Sud bensì il Centro-nord, dove ci sono 143 procedimenti. Il Veneto e la Lombardia – con le Procure di Mantova e Brescia – sono le Regioni che seguono più procedimenti; così le Procure dell’Emilia-Romagna e quelle del Lazio (con Latina al primo posto), nonché della Toscana (con Prato). Tra i procedimenti esaminati l’agricoltura è il settore maggiormente rappresentato con ben 163 procedimenti.

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