Foto della manifestazione del 3 ottobre, a Roma. Credits: Amin Nour
Foto della manifestazione del 3 ottobre, a Roma. Credits: Amin Nour

Riforma della cittadinanza, tre leggi al palo

Le proposte in commissione Affari costituzionali sono tre. L'idea più quotata è di legare la cittadinanza al termine di un ciclo di studi nel nostro Paese, ma la strada è in salita

Rosita Rijtano

Rosita RijtanoRedattrice lavialibera

7 ottobre 2020

"Non possiamo, né vogliamo, più aspettare", dice Amin Nour di Nibi (Neri italiani - Black italians), una delle associazioni che il tre ottobre scorso sono scese in piazza a Roma per chiedere la riforma della legge sulla cittadinanza: una norma che non considera cittadini migliaia di giovani nati in Italia da genitori stranieri, o arrivati nel nostro Paese da piccoli, negandogli tutele e diritti. 

Al momento, chi nasce in Italia può chiedere la cittadinanza italiana quando compie 18 anni, se fino a quel momento ha risieduto in Italia "legalmente e ininterrottamente". Invece, chi arriva qui da piccolo può fare richiesta dopo dieci anni di residenza ininterrotta e legale sul territorio nazionale. Una procedura, quest'ultima, che ha bisogno di tempi molti lunghi. E la situazione è persino peggiorata negli ultimi anni: il primo decreto sicurezza di Matteo Salvini ha allungato i tempi di risposta per le domande di cittadinanza per residenza o matrimonio da due a quattro anni. Termine che il nuovo decreto a firma di Luciana Lamorgese ha portato a tre.

Il tema della riforma della cittadinanza torna periodicamente al centro del dibattito politico, per poi cadere nell'oblio. "Non è il momento", è la solfa. L’ultima volta il 13 ottobre del 2015, quando alla Camera è stato approvato un disegno di legge che prevedeva un primo passo avanti. Ma il testo non è passato in Senato, per la voluta mancanza in aula del numero legale. "Molti ragazzi e ragazze stanno crescendo arrabbiati perché si sentono italiani, ma non vengono riconosciuti come tali — dice Nour —. Mettere in sicurezza un Paese significa anche garantire a tutti quelli che vivono in un territorio gli stessi diritti. In questo momento l'Italia non lo sta facendo". 

"Molti ragazzi e ragazze stanno crescendo arrabbiati perché si sentono italiani, ma non vengono riconosciuti in quanto tali. Mettere in sicurezza un Paese significa anche garantire a tutti quelli che vivono in un territorio gli stessi diritti. In questo momento l'Italia non lo sta facendo" Amin Nour

In commissione Affari costituzionali alla Camera ci sono tre proposte di legge. Una firmata dall'ex presidente della Camera Laura Boldrini, un'altra dal deputato del Pd Matteo Orfini e la terza dall’ex deputata di Forza Italia Renata Polverini. L'idea più quotata prevede di legare l'acquisizione della cittadinanza al termine nel nostro Paese di un ciclo di studi. Una mediazione che potrebbe trovare sponda anche nel Movimento cinque stelle: “Ci sono bambini che già oggi hanno cultura e valori italiani. Non vedo nulla di strano nell’aprire una riflessione nel nostro Paese. Prima o poi si dovrà fare", ha detto la ministra pentastellata dell'Istruzione Lucia Azzolina a luglio.

Ius soli e ius soli "temperato"

Foto della manifestazione del 3 ottobre, a Roma. Credits: Amin Nour
Foto della manifestazione del 3 ottobre, a Roma. Credits: Amin Nour

Lo ius soli (dal latino diritto di suolo) subordina l'acquisizione della cittadinanza solo alla nascita sul territorio italiano. Nello specifico, nel testo a firma Boldrini, diventerebbe cittadino italiano "chi è nato nel territorio della Repubblica da genitori stranieri di cui almeno uno è regolarmente soggiornante in Italia da almeno un anno al momento della nascita del figlio" e "chi è nato nel territorio della Repubblica da genitori stranieri di cui almeno uno è nato in Italia". Orfini, invece, punta su uno ius soli "temperato" che pone altre condizioni oltre la nascita. In questo caso, uno dei genitori del neonato deve risiedere nel nostro Paese "da non meno di cinque anni" o essere in possesso del permesso di soggiorno Ue di lungo periodo.

Che cos'è lo ius culturae

Discorso diverso per lo ius culturae, per cui la cittadinanza viene attribuita una volta raggiunto un certo livello di istruzione, frequentando le scuole del Paese di accoglienza. Secondo l’ultima norma vagliata in Parlamento, presentata da Orfini, la cittadinanza sarebbe concessa ai minori stranieri nati in Italia, o arrivati entro i 12 anni, che hanno frequentato le scuole italiane per almeno cinque anni e superato almeno un ciclo scolastico. I ragazzi nati all’estero, ma arrivati in Italia fra i 12 e i 18 anni, potrebbero invece ottenere la cittadinanza dopo aver soggiornato in Italia per almeno sei anni e avere superato un ciclo scolastico. Quanti ne beneficerebbero? Nel 2019 Wired ha stimato 102mila stranieri che avevano completato un ciclo scolastico nel 2018: una quota pari allo 0,19 per cento della popolazione.

Lo ius culturae lega l'acquisizione della cittadinanza al termine nel nostro Paese di un ciclo di studi. Secondo Wired, ne beneficerebbe lo 0,19 per cento della popolazione 

Ius sanguinis, come funziona ora 

Ad oggi l'acquisizione della cittadinanza italiana è disciplinata dalla legge 91 del 5 febbraio 1992. Il principio alla base è lo ius sanguinis, cioè il diritto di sangue, che consente di ottenere la cittadinanza per nascita a chiunque abbia almeno un genitore italiano. Le altre possibilità sono la naturalizzazione o il matrimonio. Nel primo caso, la cittadinanza può essere concessa dopo dieci anni di residenza ininterrotta e legale sul territorio nazionale, in presenza di alcuni requisiti tra cui il reddito. Nel secondo a uno straniero che sposa un cittadino italiano dopo due anni dal matrimonio (termine che è stato innalzato durante il governo Berlusconi nel 2009, prima erano sufficienti sei mesi). Entrambe le procedure sono molto lunghe: il primo decreto sicurezza di Matteo Salvini ha allungato i tempi di risposta per le domande di cittadinanza per residenza o matrimonio da due a quattro anni. Termine che il nuovo decreto a firma di Luciana Lamorgese ha portato a tre.

Se i genitori stranieri sono diventati cittadini italiani, anche il figlio minore convivente diventa cittadino italiano. Non possono, invece, acquisire la cittadinanza i minori italiani nati da genitori stranieri. Almeno fino al compimento dei 18 anni quando hanno l'opportunità di fare richiesta di cittadinanza se fino a quel momento hanno risieduto in Italia "legalmente e ininterrottamente".

Foto della manifestazione del 3 ottobre, a Roma. Credits: Amin Nour
Foto della manifestazione del 3 ottobre, a Roma. Credits: Amin Nour

I limiti dello ius sanguinis

Le leggi attualmente in vigore in Italia sono tra le più restrittive d'Europa. I motivi sono diversi. Lo ius sanguinis esclude per molti anni dalla cittadinanza e dai suoi benefici — ad esempio le borse di studio — miglia di bambini nati e cresciuti in Italia da mamma e papà di altra nazionalità. Lega la loro condizione a quella dei genitori, il cui permesso di soggiorno nel frattempo può scadere, costringendo tutta la famiglia a lasciare il Paese. Inoltre, conditio sine qua non per richiedere la cittadinanza è la residenza legale e ininterrotta nel nostro paese, dalla nascita fino al compimento dei 18 anni. Un requisito che non tutti riescono a soddisfare. O perché sono tornati per pochi mesi nel Paese di origine dei loro genitori, o si sono provvisoriamente spostati in un altro Stato. O perché ci sono stati errori o situazioni ai limiti della legalità.

Lo ius sanguinis esclude per molti anni dalla cittadinanza e dai suoi benefici migliaia di bambini nati e cresciuti in Italia da mamma e papà di altra nazionalità. Lega la loro condizione a quella dei genitori, il cui permesso di soggiorno nel frattempo può scadere 

Un esempio sono le decine di ragazzi, figli di stranieri, che a Napoli hanno vissuto in case prive di idoneità abitativa, di contratti di affitto regolari, e di certificati di residenza, come documentato da Francesca Caferri nel libro "Non chiamatemi straniero" (Mondadori). Un altro limite sta nel fatto che la cittadinanza dopo i 18 anni può essere chiesta solo da chi è nato in Italia. Invece, chi è arrivato nel nostro paese pochi mesi dopo la nascita deve seguire l'iter previsto per la naturalizzazione: può, quindi, fare richiesta di cittadinanza passati i dieci anni di residenza ininterrotta nel nostro paese e attendere l'esito della procedura. Un processo che solitamente richiede anni.

Cosa succede in Europa e negli Stati Uniti

Lo ius soli vige negli Stati uniti, che non sono i soli ad averlo adottato oltreoceano. Uno studio pubblicato nel 2018 dal Global Citizenship Observatory ha mostrato che lo ius soli è molto diffuso nel Nord, nel Sud e nel Centroamerica, dove viene utilizzato dall’83 per cento degli Stati. Tra gli altri, Canada, Messico, Argentina e Brasile. Molti Stati europei, invece, hanno optato per uno ius soli temperato che condiziona la cittadinanza del neonato alla regolare residenza della mamma, del papà (o di entrambi), nello Stato in questione. Nel caso della Germania, per esempio, diventa cittadino tedesco chi ha i genitori residenti nello Stato da almeno otto anni. Mentre in Portogallo gli anni devono essere almeno due. Spagna, Francia, Olanda e Lussemburgo hanno un cosiddetto "doppio ius soli", cioè è possibile ottenere la cittadinanza se anche uno dei propri genitori è nato nel Paese.

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