Giuseppe Antoci
Giuseppe Antoci

Mafia dei Nebrodi: cronistoria di un attentato

Frodi per milioni di euro ai fondi europei per l'agricoltura, un protocollo che prova i limitare i danni, un agguato di cui non si trovano gli esecutori, una criminalità dal profilo sempre meno tradizionale, un fronte antimafia avvelenato da anni di scandali e polemiche. Sono questi gli ingredienti del caso Antoci, in Sicilia, la cui vittima principale – su questo concordano tutti – è proprio l'ex presidente del Parco dei Nebrodi

Elena Ciccarello

Elena CiccarelloDirettrice responsabile lavialibera

7 febbraio 2020

Il movente dell’attentato del maggio 2016 all’ex presidente del Parco dei Nebrodi, Giuseppe Antoci, è il protocollo che porta la sua firma. A sostenerlo con forza, nonostante le ovvie cautele legate alla sua posizione, è il procuratore generale di Messina, Vincenzo Barbaro, in un passaggio della relazione per l’inaugurazione dell’anno giudiziario avvenuta il primo febbraio.

Gli aiuti comunitari “hanno costituito e costituiscono oggetto di interesse da parte della criminalità – ha ricordato il procuratore –. Il protocollo di legalità in questione ha indubbiamente comportato condizioni più restrittive per le aziende rispetto a quanto non previsto dalla pregressa normativa antimafia”. Ciò detto, il movente dell’attentato ad Antoci “è assai verosimilmente riconducibile all’adozione del protocollo” mentre vanno “confinate nell’alveo delle mere congetture, non meritevoli di apprezzamento, contrastanti e alternative ricostruzioni dei fatti”, ha concluso Barbaro.

Il riferimento è alle furiose polemiche e alle diverse interpretazioni del caso che sono state avanzate anche da voci autorevoli, prima fa tutte la Commissione regionale antimafia guidata da Claudio Fava, che sulla ricostruzione dell’attentato è giunta a conclusioni differenti. 

Le truffe ai fondi europei per l’agricoltura

Riavvolgiamo il filo della storia: nel 2013 Giuseppe Antoci è nominato presidente del Parco dei Nebrodi, un territorio che si estende per 86 mila ettari tra le province di Messina, Catania e Enna, la più grande area protetta della Sicilia. Durante il suo mandato, Antoci, con la collaborazione del prefetto di Messina, Stefano Trotta,  mette a punto un protocollo di legalità che ha l’obiettivo di arginare le truffe ai fondi europei per l’agricoltura.

Sui Nebrodi, ma anche altrove, è da tempo attivo un sistema di truffe all’Unione europea fondato sull’affitto a cifre ridottisssime di terreni poi sfruttati per incassare gli aiuti comunitari. Secondo le stime della Guardia di Finanza, che ha compiuto quasi 13 mila controlli tra il 2014 e il 2016 – dati riportati dall’Ufficio valutazione impatto del Senato –,  la percentuale di contributi stanziati per la Politica agricola comune (Pac) chiesti o ottenuti in maniera fraudolenta sono ben 735,6 milioni sui quasi 1,2 miliardi stanziati, più del 60 per cento. Con un picco nel Mezzogiorno, dove si addensa l’85 per cento delle frodi a fondi strutturali e spese dirette della Ue.

Un protocollo contro le agromafie

Il meccanismo messo a punto con il protocollo Antoci estende l’obbligo di certificazione antimafia anche ai contratti d’affitto sui terreni agricoli, qualunque sia la dimensione dell’appezzamento. Il protocollo viene firmato il 18 marzo del 2015 e nel 2017, poiché ritenuto di grande efficacia, diventa parte integrante del nuovo Codice antimafia.

Nel frattempo una serie di segnali e messaggi intimidatori inducono ad assegnare ad Antoci una scorta, finché la notte del 17 maggio 2016 l’ex presidente del Parco subisce un agguato mentre viaggia in macchina, che si conclude con l’intervento della scorta e la fuga degli attentatori. Sull’episodio indaga per due anni la Direzione distrettuale antimafia di Messina finché nel 2018, poiché non vengono identificati gli autori dell’agguato, il caso viene archiviato.

I lavori della Commissione regionale antimafia

Della vicenda si occupa quindi la Commissione regionale antimafia presieduta da Fava che, dopo un’attività d’indagine e un ciclo di 19 audizioni, vota all’unanimità una relazione in cui, pur senza mettere in dubbio l'attentato e riconoscendo la posizione di vittima di Antoci, avanza tre ipotesi sulla matrice dell’evento: l’agguato mafioso fallito, un atto dimostrativo o, infine, una messinscena di cui Antoci sarebbe doppiamente vittima, perché inconsapevole della simulazione.

Proprio quest’ultima ipotesi e le perplessità espresse nella relazione della Commissione sulle “molte domande rimaste senza risposta, delle contraddizioni emerse e non risolte, delle testimonianze divergenti, delle criticità investigative registrate”, diventano materia di un infuocato dibattito pubblico. Secondo quanto si apprende dai giornali, una delle persone audite dalla Commissione, l’ex dirigente di polizia Mario Ceraolo, le cui dichiarazioni concorrono a definire le conclusioni dell’organo antimafia, viene denunciato alla Procura di Messina dal sindacato di Polizia e dagli agenti della scorta di Antoci per calunnia, false informazioni al pubblico ministero e diffamazione a mezzo stampa.

La mafia dei Nebrodi

Intanto il 15 gennaio 2020, un’indagine della Procura di Messina individua un ampio sistema di truffe ai fondi comunitari e porta all’arresto per mafia di numerosi esponenti di due storici gruppi criminali, i Bontempo Scavo e i Batanesi. Su 194 indagati, 48 finiscono in carcere e 46 ai domiciliari; 151 il numero di aziende sequestrate, titolari dal 2010 al 2017 di incassi superiori ai 10 milioni di euro di fondi europei. Tra le accuse agli imputati la spartizione di terreni, intestati a prestanome, utilizzati come titoli per accedere ai fondi per la produzione agricola (Feaga) e lo sviluppo rurale (Fears) gestiti dall’Agenzia per le erogazioni in agricoltura (Agea).

Tra gli indagati anche diversi colletti bianchi che avallano le procedure burocratiche: un notaio e una decina di dipendenti dei Centri di assistenza agricola, tra cui il sindaco di Tortorici, accusato di concorso esterno in associazione mafiosa.

I premi alla scorta e la posizione della Procura di Messina

Infine, il 29 gennaio scorso, la Commissione ricompense del ministero dell’Interno assegna un riconoscimento ai quattro agenti che proteggono Antoci la notte dell’attentato, tra i quali il vice questore Daniele Manganaro che durante l’agguato spara agli attentatori e viene promosso per “merito straordinario”. Sul suo conto la Commissione Fava aveva invece sollevato alcune perplessità, legate soprattutto al fatto che lo stesso Manganaro, testimone dei fatti dell’agguato, fosse stato chiamato a partecipare alle indagini.

Epilogo di una vicenda da cui il procuratore generale di Messina, nel corso dell’inaugurazione dell’anno giudiziario, ha voluto allontanare ogni ombra. Facendo eco a quanto già il pm Maurizio De Lucia aveva dichiarato alla stampa il giorno degli arresti per l’operazione Nebrodi: “Abbiamo una documentatissima indagine che non ha portato ai responsabili, ma certo non ha mai messo in dubbio che l’attentato [Antoci] vi sia stato. Dopo di che, tra i moventi possibili mi pare evidente che l’azione derivante dal protocollo Antoci sia una ragione che può largamente giustificare”.

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