Isabel Dos Santos, imprenditrice e figlia dell'ex presidente dell'Angola (Wikipedia)
Isabel Dos Santos, imprenditrice e figlia dell'ex presidente dell'Angola (Wikipedia)

Corruzione in Angola: "Lo Stato usato per soddisfare capricci"

Domingos das Neves, docente di diritto pubblico ecclesiastico all'Università Cattolica dell'Angola: "La corruzione istituzionalizzata ha raso al suolo tutte le potenzialità del Paese in favore di un gruppo ridotto di famiglie"

Monica Usai

Monica UsaiReferente del settore internazionale di Libera - area africana

1 settembre 2020

In Angola, dopo il ritiro del presidente José Eduardo Dos Santos nel 2017, il successore João Lourenço ha cominciato a smantellare l’impero della “donna più ricca d’Africa”, anche detta “Principessa d’Africa”, con all’attivo circa 2 miliardi di dollari: Isabel Dos Santos, figlia dell’ex presidente. Grazie all’inchiesta dell’International Consortium of Investigative Journalists (Icij) e il coinvolgimento della Platform to Protect Whistleblowers in Africa (Pplaaf) sono stati raccolti circa 715.000 documenti, i Luanda Leaks. Questa indagine della magistratura angolana, ma dal carattere internazionale, ha rivelato come – attraverso un meccanismo globale di corruzione – la famiglia Dos Santos sia arrivata a sottrarre circa 1,5 miliardi di dollari di soldi pubblici dalle casse dello Stato, denaro investito poi all’estero e in particolare in Portogallo, fino al 1975 Paese colonizzatore.

Domingos Das Neves (Facebook)
Domingos Das Neves (Facebook)

Caso isolato o sistema? Isabel Dos Santos rappresenta l'eccezione o l'ennesimo prova di quanto accade in Paesi come l’Angola, dove alcune famiglie, definite non a caso clan, possiedono e gestiscono potere attraverso radicati sistemi di corruzione e clientelismi? “Molte delle cose sono state fatte anche in forma legale, con il consenso delle istituzioni dello Stato”, spiega Domingos das Neves, giurista e docente di diritto pubblico ecclesiastico all’Università Cattolica dell’Angola, per fare luce sulla terza potenza petrolifera del continente africano (dopo Libia e Nigeria), Stato ricco di diamanti e allo stesso tempo tra i Paesi più poveri del continente.

La parola chiave per molte inchieste è “corruzione”, ma più che altro sembra di assistere alla sostituizione di un sistema di potere con un altro, con caratteristiche molto simili. È così?

Diciamo che è un sistema che si è solidificato nel tempo tramite l’influenza del potere politico del partito che governa il Paese (Movimento popolare di liberazione dell'Angola, ndr). Molte delle cose sono state fatte anche in forma legale, diciamolo, con il consenso delle istituzioni dello Stato. Quindi, per me il problema di base sta nella fragilità delle nostre istituzioni, nell’osservanza delle leggi e dei regolamenti esistenti nel paese. Quando si calpesta la legge non resta altro che far diventare lo Stato come una stalla per soddisfare i propri capricci. Con questo sistema di corruzione istituzionalizzata sono state rase al suolo tutte le potenzialità del Paese in favore di un gruppo ridotto di persone e le loro famiglie.

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Che cosa ha caratterizzato il governo Dos Santos e cosa lo distingue dal nuovo governo Lourenço che, sappiamo, ha fatto della lotta alla corruzione il primo punto della sua campagna politica?

Intanto bisogna dire che sia Dos Santos sia Lourenço sono membri dello stesso partito che governa il Paese da più di quarant’anni, dall’indipendenza (1975) ad oggi. Dunque, quello che ha fatto l’uno e quello che fa l’altro avviene con il ‘placet’ del partito. La lotta alla corruzione è un orientamento politico che il partito si è proposto, ovviamente ora sotto la guida del governo del presidente Lourenço. Personalmente penso che sarebbe meglio rafforzare il potere delle nostre istituzioni pubbliche e rispettare l’indipendenza effettiva del sistema giudiziario: sono i magistrati, e non i politici, che dovrebbero e debbono custodire l’osservanza e le garanzie della costituzione e della legge nello Stato. Io credo che la speranza del nostro popolo risieda nel rispetto e nella fiducia alle istituzioni e alle leggi, più che alle singole persone. Dunque, va fatta la lotta alla corruzione, ma deve essere fatta soprattutto la lotta per la coscienza e la consapevolezza sulla legalità, sull’etica nelle nostre azioni singole e di gruppo. Sono questi gli elementi che ci aiutano a non cadere in tentazione dalla corruzione.

È possibile combattere la corruzione in un Paese dove disuguaglianza e povertà raggiungono grossa parte della popolazione? Se sì, in che modo?

Sì, è possibile. Anzi, la lotta alla corruzione è l’unica formula che esiste per far sì che gli interessi dei singoli o di gruppo si riversino in favore di progetti e programmi concreti di lotta contro la povertà dei cittadini. Però, a mio avviso, questo è solo possibile sempre e quando abbiamo delle istituzioni che godono di credibilità e persone idonee e con reputazione etica che le guidino. Altrimenti esiste sempre la tentazione di cadere in un sistema viziato e corrotto.

La crisi che già stava colpendo il Paese, nonostante la forte presenza di risorse naturali, è stata accentuata dall’arrivo del coronavirus? Qual è la situazione sociale oggi?

Il nostro è uno dei paesi molto colpiti dalla pandemia del coronavirus perché ha alla base un’economia al 60% informale, com’è in quasi tutta l’Africa subsahariana. In più la povertà si è aggravata per la debolezza dei nostri sistemi di fornitura e accesso all’acqua potabile, le strade e le autostrade che dovrebbero collegare le città ai villaggi praticamente non esistono e con il confinamento delle persone tutto diventa ancora più difficile, soprattutto per le persone più povere, la maggioranza della nostra popolazione. Questa pandemia ha dimostrato quanto è debole il nostro sistema sanitario pubblico, già con problemi di base con malaria, fame e malnutrizione, ma anche Hiv e cancro, per i quali mancano i medicinali perché vengono dall’estero.

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C’è una società civile, intellettuale e accademica presente e che prova a creare un’alternativa per il suo Paese? Da cosa si dovrebbe ripartire?

Il nostro concetto di società civile è stato per molto tempo invertito: ci facevano credere che è il governo che crea e favorisce le organizzazioni della società civile. Infatti, un tempo si usava il termine ‘società civile organizzata’ per dire che esistono organizzazioni proprie che dovrebbero costituirsi in società civile, quelle che sono benvolute dal governo. Ora le cose tendono a cambiare perché sorgono sempre di più voci indipendenti, persone e gruppi che cercano di contribuire alla consapevolezza di libertà di espressione e di pensiero. Viviamo un momento di grandi sfide per creare sempre di più una società plurale a più voci. È una lunga marcia da fare, ma piano piano, un passo dopo l’altro, crediamo di costruire un paese plurale, dove gli intellettuali e gli accademici possono contribuire a sollevare le persone nella consapevolezza dei loro doveri, diritti, garanzie e libertà fondamentali. È da qui che dovrebbe ripartire il nostro paese, dalla solidificazione dello stato di diritto.

Lei personalmente ha legato la sua vita a dare opportunità a chi non ne ha, mettendo al centro istruzione e formazione. È ancora così?

Sì, sebbene la pandemia abbia messo a dura prova anche tutto il sistema educativo e di istruzione perché da marzo che non si tengono lezioni nelle scuole e la rete di internet nel Paese è molto costosa oltre che debole. Questa situazione sta facendo riflettere su come non sia stato fatto nessun investimento serio e di qualità in quest’ambito importante per un paese moderno e pieno di risorse. Continuo a credere che il nostro Paese e chi lo vive otterranno un cambiamento in positivo solo se saranno fatti i dovuti investimenti in istruzione ed educazione di qualità, al fine di dare alle persone la capacità di affrontare le sfide necessarie per lo sviluppo dell’Angola.

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