Da sinistra, Massimo Carminati, Fabrizio Piscitelli e Michele Senese
Da sinistra, Massimo Carminati, Fabrizio Piscitelli e Michele Senese

"Diabolik": un anno dopo la morte, le inchieste spiegano chi era

Ucciso il 7 agosto 2019, era indagato dalla Direzione distrettuale antimafia in alcuni procedimenti emersi negli ultimi mesi. I rapporti con Senese e Carminati, i traffici di droga fino alla pax mafiosa siglata a Ostia coi Casamonica: ascesa e declino di un capo ultras nel mondo criminale della Capitale

Andrea Giambartolomei

Andrea GiambartolomeiRedattore lavialibera

7 agosto 2020

I manifesti comparsi sui muri di Roma
I manifesti comparsi sui muri di Roma

“Diablo vive” è la scritta sui manifesti neri comparsi venerdì 7 agosto a Roma per ricordare la morte, avvenuta un anno fa, di Fabrizio Piscitelli, alias “Diabolik”. Un omicidio, o forse meglio dire un’esecuzione. Il 7 agosto 2019 al Parco degli acquedotti, zona sudorientale di Roma, Piscitelli, 53 anni, è stato ucciso con un colpo di pistola alla nuca. Era uno dei capi degli “Irriducibili”, gruppo di ultras della Lazio che domina la curva Nord dello stadio Olimpico ed è vicino a Forza Nuova: “Siamo gli ultimi fascisti di Roma”, aveva detto dopo lo scoppio di una bomba carta davanti alla sede della tifoseria il 6 maggio 2019. Ma Piscitelli non era un semplice capo ultras di destra: in passato aveva avuto diversi problemi con la giustizia tra estorsioni e droga ed era ritenuto da una parte vicino al clan camorristico di Michele Senese, detto o'pazzo, dall’altra vicino a Massimo Carminati, due delle figure ai vertici della criminalità romana. Lui stesso di precedenti ne aveva alcuni. Il 25 ottobre 2013 era stato arrestato (e poi condannato in primo grado) per aver organizzato l’importazione di centinaia di chili di hashish dalla Spagna. Nel 2015 era arrivata la condanna in primo grado, contro lui e altri leader degli “Irriducibili”, per tentata estorsione ai danni del presidente della Lazio, Claudio Lotito: i tifosi si erano resi responsabili di una serie di episodi di violenza e di minacce, ricorrendo anche a ordigni esplosivi, allo scopo di costringere Lotito a cedere a terzi le proprie quote della società. Il club biancoceleste doveva finire in mano a  un gruppo legato ai Casalesi, che avrebbe potuto riciclare denaro di provenienza illecita. Il nome di “Diabolik” era emerso anche nell’ordinanza di custodia cautelare di “Mondo di mezzo”, quella sulla cosiddetta "Mafia capitale": i carabinieri del Raggruppamento operativo speciale (Ros) sospettavano fosse il capo della “batteria di Ponte Milvio” in rapporti con Carminati. Da un anno la sua uccisione costituisce un mistero su cui lavorano gli investigatori romani. “Non è un omicidio di strada, ma strategico, che è stato funzionale al riassetto di alcuni equilibri criminali e non soltanto della città di Roma – spiegava il procuratore capo di Roma, Michele Prestipino, alla Commissione parlamentare antimafia lo scorso 29 gennaio –.  Aveva una certa matrice ed è stato eseguito con una metodologia seria”.

Negli ultimi mesi una serie di operazioni messe a segno dal Gruppo d'investigazione sulla criminalità organizzata (Gico) della Guardia di finanza di Roma, coordinato dalla Direzione distrettuale antimafia, ha permesso di delineare meglio i legami, gli affari e il ruolo di “Diabolik”.“Si trattava – diceva ancora Prestipino in Antimafia – di un ruolo importante di mediatore, insieme ad altri personaggi, sia nell’approvvigionamento di molte piazze di spaccio romane assai importanti per il volume d’affari, sia nella garanzia di certi equilibri tra di esse, e questo già di suo dice molto. Stiamo lavorando, cercando di individuare le responsabilità e credo che arriveremo a cavarne qualcosa”. Sul caso sta indagando la Squadra mobile della Questura di Roma.

I traffici di droga

"Gli equilibri nel mondo di eccezionale lucratività, ma molto pericoloso come quello degli stupefacenti, sono instabili, soprattutto in una città come la Capitale ove nessun clan malavitoso appare egemone"
Dda di Roma

“In questi quattro anni ha fatto una scalata che non vi rendete conto”, diceva di Piscitelli, nel 2012, uno spacciatore intercettato nel corso dell’indagine “Mondo di mezzo”. L’uomo spiegava a un suo interlocutore che Piscitelli guidava il gruppo di Ponte Milvio (quartiere dia  Roma Nord) composto da napoletani, legati a Senese, e albanesi: “Questa è gente di merda, gente cattiva”. Da allora la scalata di Piscitelli è proseguita come fotografa l’indagine “Grande raccordo criminale”, per la quale il 28 novembre scorso 54 persone sono state arrestate con accuse varie (associazione a delinquere finalizzata al traffico di droga, spaccio, estorsioni). Tra gli indagati c’era anche Piscitelli, considerato capo, promotore organizzatore e anche finanziatore del gruppo dedito al traffico di droga, cocaina e hashish nel caso specifico. L'inchiesta è chiusa e molti finiranno a processo. Ai posti di comando di questo gruppo c'era Fabrizio Fabietti, “braccio destro” di Piscitelli, uno che gli sta “appena un gradino sotto”: comprava coca da uomini legati alla cosca Bellocco della ‘ndrangheta. Un ruolo importante, poi, era tenuto da Dorian Petoku, cugino di Arben Zogu, entrambi uomini forti della criminalità albanese nella Capitale, la cui importanza è molto cresciuta negli ultimi anni.

Tra il febbraio e il novembre del 2018 il gruppo di Piscitelli è stato capace di movimentare 250 chili di cocaina e 4.250 chili di hashish per un valore complessivo stimato al dettaglio di circa 120 milioni di euro, stimano gli investigatori. “Gli equilibri nel mondo di eccezionale lucratività, ma molto pericoloso come quello degli stupefacenti, sono instabili, soprattutto in una città come la Capitale ove nessun clan malavitoso appare egemone o comunque capace di assicurarsi un settore esclusivo – scriveva il sostituto procuratore della Dda romana, Nadia Plastina, nella richiesta di custodia cautelare –: e seppure sembrerebbe esservi posto per tutti nel mondo degli affari criminali, tanto esteso è il mercato degli stupefacenti, i conflitti sono sempre sullo sfondo, per una partita di droga non arrivata e pagata, per uno sconfinamento di attività o territorio, piuttosto che per un debito generato da una fornita già consegnata e che tarda ad essere onorato”.

Ascoltata dalla commissione antimafia, Gerarda Pantalone, prefetto di Roma ha sottolineato che questa indagine “ha messo in luce il ruolo di Piscitelli Fabrizio; il sodalizio, che poteva contare su qualificate relazioni per gli approvvigionamenti del narcotraffico con soggetti della ’ndrangheta, riforniva di stupefacenti tutte le principali piazze romane in virtù dei contatti con fidati acquirenti all’ingrosso e disponeva di una batteria di picchiatori (alcuni ex pugili), appositamente incaricata del recupero dei crediti maturati nell’ambito del traffico di droga”. 

A Roma soltanto nel 2018 sono state sequestrate cinque tonnellate di stupefacenti. La piazza di spaccio del quartiere San Basilio fatturerebbe da sola 20 milioni di euro l'anno. La geografia dei traffici è diventata sempre più difficile da leggere

Dagli ultras alle mafie

Per la Dda, Piscitelli traeva forza dal suo doppio ruolo di capo ultras e di figura importante nel narcotraffico

Non sono utili soltanto i pugili, ma anche le “risorse umane” reperite allo stadio. Secondo la Dda, Piscitelli “godeva al tempo delle investigazioni di un particolare riconoscimento nella malavita, anche perché capo della frangia ultrà di tifosi della società sportiva Lazio, i cosiddetti ‘Irriducibili’, con numerosi seguaci di cui alcuni coinvolti anche nell’associazione dedita al traffico di droga”. La commistione tra curve e criminalità non è nuova, ma il caso di Piscitelli è esemplare. Se altrove gli ultras sono legati ai clan per questioni geografiche, oppure si creano sponde tra i capi dei tifosi e i boss che forniscono protezione, il leader degli “Irriducibili” (che dal 28 febbraio sono diventati “Ultras Lazio”) ha fatto un percorso inverso. La sua carriera nel narcotraffico è partita dagli spalti, dove le droghe girano in libertà e la cultura dello scontro è contemplata: “Se vogliono tornare al terrorismo degli anni '70, a quel clima, noi siamo pronti. Anzi, io non vedo l'ora e di certo non ci tiriamo indietro”, aveva dichiarato lui stesso dopo la bomba carta del 6 maggio 2019. 

La procura sottolinea quindi un aspetto: “La peculiarità della figura criminale dell’uomo a Roma, che dal doppio ruolo di leader degli ‘Irriducibili’ e di elemento di spicco della criminalità organizzata nell’ambito del traffico degli stupefacenti, traeva un particolare carisma personale anche in termini di forza intimidatrice da spendere in entrambi i contesti in parte interscambiabili”. Quel “duplice ruolo del Piscitelli esaltava ciascuno di essi”. La leadership di Piscitelli “necessitava di essere accettata da parte degli altri gruppi criminali anche di stampo mafioso che operano e convivono nel territorio laziale”, sosteneva ancora la Dda, che contesta agli indagati l’aggravante del metodo mafioso, nonostante il giudice per le indagini preliminari nell’ordinanza di custodia cautelare l’abbia scartata.

In Albania i gruppi criminali sono diventati più forti anche grazie alla corruzione e alle protezioni politiche

La pax mafiosa di Ostia

Pochi mesi dopo “Grande raccordo criminale”, un’altra operazione ha fornito elementi per inquadrare meglio la figura di “Diabolik”. L’indagine, sempre condotta dal Gico della Guardia di finanza coordinato dalla Dda, si chiama “Tom Hagen”, come l’avvocato e consigliere di don Vito Corleone ne Il padrino. In questa indagine è centrale il ruolo svolto da una giovane avvocatessa, Lucia Gargano, 36 anni: non era solo il difensore di Piscitelli e altri protagonisti della criminalità romana, ma anche il loro messaggero e consigliere. Lei e Salvatore Casamonica sono stati arrestati il 14 febbraio scorso per concorso esterno in associazione mafiosa perché “contribuivano concretamente, pur senza farne formalmente parte, alla stessa conservazione della capacità operativa dell'associazione mafiosa denominata clan Spada, operante sul territorio Ostia”. Bisognava porre fine allo scontro tra gli Spada, legati ai Casamonica, e un altro gruppo della zona guidato da Marco Esposito, detto Barboncino, uomo legato al clan dei Triassi, a sua volta collegato alla famiglia mafiosa agrigentina dei Cuntrera-Caruana.

Da anni ormai i due gruppi si affrontavano con violenza, agguati e gambizzazioni, ma negli ultimi tempi gli Spada erano stati messi in difficoltà da una serie di arresti dei suoi capi e i rivali stavano guadagnando terreno. “Tra tutti e tre non lo so che gli ha preso”, dice l’avvocato Gargano a Piscitelli commentando le contrapposizioni. Lui replica: “Mo si stanno ammazzando”. A suggellare la pace tra i gruppi, con l’intermediazione della penalista, sono quindi Casamonica e Piscitelli che “rappresentava gli interessi del gruppo capeggiato da Esposito”. “Ti ripeto Fabrì, sappi che io e te ci stiamo mettendo in mezzo per fare da garanti!”, diceva Salvatore Casamonica. “Sui miei ti metto tutte e due le mani sul fuoco”, rispondeva il capo ultras. L’accordo viene raggiunto durante un incontro in un ristorante di Grottaferrata il 13 dicembre 2017, quando i rappresentanti dei diversi gruppi criminali si siedono a tavola. Da quel momento “non si sono registrati atti intimidatori a Ostia, né ai danni degli Spada, né ai danni di Esposito Marco e dei soggetti a lui strettamente legati, mentre nei giorni immediatamente precedenti ce n’erano stati tre in tre giorni”. Meno di due anni dopo, però, a ricevere una pallottola è stato “Diabolik”.

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