Inaugurazione dell'anno giudiziario della Corte d'appello di Bari
Inaugurazione dell'anno giudiziario della Corte d'appello di Bari

"La mafia foggiana sta reagendo contro chi si ribella"

In occasione dell'inaugurazione dell'anno giudiziario della Corte d'appello di Bari, il presidente Franco Cassano e la procuratrice generale Anna Maria Tosto analizzano la serie di attentati avvenuti nel territorio della Capitanata: servono soldi per i detenuti, le loro famiglie e i processi, ma le vittime si ribellano. Dai quartieri-Stato a Napoli ai legami coi politici valdostani, in molti distretti si denuncia pubblicamente la pervasività delle mafie

"La mafia foggiana sta reagendo contro chi si ribella"

di Andrea Giambartolomei Redattore lavialibera

1 febbraio 2020

Le indagini, il carcere e i processi non hanno placato la sete di denaro della mafia foggiana. Anzi, il fabbisogno della cosiddetta “società foggiana” è aumentato. Questa sarebbe la ragione per cui all’inizio del 2020 nel territorio della Capitanata sono aumentati i casi di attentanti, incendi e minacce contro commercianti, imprenditori o politici. È il quadro fornito dal presidente della Corte d’appello di Bari, Franco Cassano, stamattina all’inaugurazione dell’anno giudiziario, occasione in cui si fa il punto sullo stato della giustizia.

“Da quando lo Stato è intervenuto in modo severo, con arresti e operazioni che hanno ristretto l’area di manovra delinquenziale, le necessità economiche delle batterie (bande, ndr) sono cresciute, per l’aumento dei sodali detenuti e delle famiglie da sostenere”. Per questa ragione “la pressione della malavita foggiana sulla società civile si è fatta più stringente, con il ricorso continuo agli atti di intimidazione violenta, da quando la risposta dello Stato intervenuta in modo severo”, ha specificato ancora il presidente della corte pugliese.

Soltanto nelle prime due settimane di quest’anno erano stati contati dieci episodi violenti, di cui la metà avvenuti a Foggia e i restanti casi nella sua provincia. La risposta dello Stato non si è fatta attendere: la polizia ha destinato venti agenti all’area e il prossimo 15 febbraio a Foggia aprirà una nuova sede operativa della Direzione investigativa antimafia in cui lavoreranno venti investigatori esperti. Dovranno far fronte a una mafia che, ha ricordato la procuratrice generale di Bari, Anna Maria Tosto, “somma in sé il familismo della ‘ndrangheta e la ferocia della camorra cutolina”, cioè la Nuova Camorra Organizzata guidata dal boss Raffaele Cutolo. In aggiunta, è diventata “moderna nella progressiva infiltrazione nei settori nevralgici dell’imprenditoria locale” e “ha raggiunto i suoi obiettivi attraverso un uso capillare, sistematico dell’estorsione”. “I destinatari degli attentati - ha specificato la procuratrice generale - denunciano che si tratta della reazione rabbiosa alla progressiva inarrestabile rivendicazione della scelta di legalità e di coraggio che ormai viene dalla società civile: le migliaia di persone in marcia alla manifestazione di Libera costituiscono un sostegno morale imbattibile per quanti finalmente hanno scelto di testimoniare, di denunciare, di collaborare”.

La lotta alle mafie

Anche nel resto d’Italia i magistrati hanno colto l’occasione delle inaugurazioni degli anni giudiziari per tenere alta l’attenzione sui fenomeni mafiosi. Molti gli spunti arrivano dalla cerimonia di Palermo, dove il presidente della Corte d’appello Marco Frasca, nella sua relazione annuale, ha ricordato che Cosa Nostra, anche se indebolita, continua a esercitare il suo diffuso, penetrante e violento controllo sulle attività economiche, imprenditoriali e sociali del territorio”, come dimostrerebbero le denunce che nell’ultimo anno “sono state ben 151 a fronte delle 65 e 69 dei due anni immediatamente precedenti”. Frasca ha ricordato che la scomparsa di Totò Riina ha innescato una riorganizzazione della Cupola sventata un anno fa dai carabinieri: “Si deve affermare che la morte di Riina ha contribuito ad accelerare i processi non conflittuali di riorganizzazione dei vertici dell'organizzazione”, anche perché i nuovi boss “hanno atteso la morte di Riina, con impazienza, per potersi riorganizzare” (leggi l’articolo di Salvo Palazzolo).

A Trapani, invece, continua il dominio di Matteo Messina Denaro: “L'azione investigativa portata avanti dalle diverse forze di polizia sotto il coordinamento della Dda, finalizzata a localizzare il latitante e a disarticolare il reticolo di protezione che consente a Matteo Messina Denaro tuttora di mantenere la latitanza e governare il territorio trapanese, ha prodotto nell'anno diversi arresti, anche vicinissimi al contesto relazionale del latitante”. Non per ultimo, il presidente Frasca ha denunciato un rischio non nuovo: “Particolare attenzione merita la composizione e la partecipazione alle associazioni antiracket perché la possibilità di infiltrazioni mafiose, assolutamente impensabile un tempo, è attualmente possibile. Occorre, pertanto, una ragionevole prudenza da parte delle associazioni e dell’autorità giudiziaria procedente”.

A Messina il procuratore generale Vincenzo Barbaro ha sottolineato gli interessi della mafia nello “sfruttamento dei contributi comunitari”, come emerso nell’operazione del 15 gennaio scorso contro la mafia dei Nebrodi, capace di ottenere milioni di euro di aiuti pubblici dall’Unione europea per i pascoli: i fondi “hanno costituito e costituiscono oggetto di interesse da parte della criminalità, la quale non ha esitato a ricorrere a sistemi fraudolenti per conseguire i relativi finanziamenti”. Questo meccanismo, ha ricordato il magistrato, era stato colpito con il protocollo Antoci ideato dall’ex presidente del Parco dei Nebrodi, Giuseppe Antoci: “Il protocollo di legalità in questione - aggiunge - ha indubbiamente comportato condizioni più restrittive per le aziende rispetto a quanto non previsto dalla pregressa normativa antimafia”.

Da Reggio Calabria e da Catanzaro, zone in cui la lotta alla 'ndrangheta è fondamentale, arrivano richieste di rinforzi. Li invocano siano il procuratore della seconda città, Nicola Gratteri, che ha dato avvio a maxi-inchieste come "Rinascita-Scott", sia dalla città sullo stretto, dove è stata costituita una task-force per la cattuera di 122 latitanti. “Quartieri-Stato” a Napoli: il procuratore generale del capoluogo campano denuncia l’esistenza di queste zone “dove invece vige l’idea che chi ci abita ne è il padrone”. "La latitanza del camorrista Marco Di Lauro che usciva di casa e andava a fare la spesa dimostra che protegge più il rione che il bunker”, ha ricordato.

Economia e politica al Nord

Attenzione agli interessi nell’economia legale anche in Toscana, come ha ribadito il procuratore generale di Firenze Marcello Viola: “Anche nel periodo in esame, le numerose indagini hanno disvelato l’esistenza di meccanismi di infiltrazione delle diverse mafie nei circuiti dell’economia legale e nel tessuto dell’economia locale, con molteplici e diversificati investimenti, dall’accaparramento di lavori pubblici e privati, al settore immobiliare, a quello del turismo, all’acquisizione o alla gestione di pubblici esercizi, specie di ristorazione o intrattenimento; e ciò a fini di riciclaggio di denaro proveniente dalle più varie attività criminali”.

Simile la situazione in Umbria, scenario di un'indagine contro le infiltrazioni della 'ndrangheta, il procuratore generale Fausto Cardella ha voluto dire che, “pur con tutte le cautele del caso, mancano chiari e costanti segni di radicamento della criminalità organizzata sul territorio umbro, quali le estorsioni, il pizzo ai negozi, i danneggiamenti”, perché in questa regione al centro dell'Italia l’infiltrazione criminale “sembra sia avvenuta, per il momento, con l’immissione di capitali nell’economia della regione, ramificazioni di un centro criminale che ancora resta nelle zone di provenienza".

Da distretto del Piemonte e della Valle d’Aosta, invece, è partito un allarme sui contatti con la politica: “Si registra in molti casi una certa ‘neutralità’ del territorio e di sue componenti sociali, che hanno nei confronti di questi personaggi un atteggiamento spesso ambiguo, a volte di soggezione, altre volte purtroppo di accettazione e condivisione di fini e strumenti criminali”, ha affermato il procuratore generale Francesco Saluzzo ha fatto notare che le indagini hanno messo in luce anche “contiguità e collusione con esponenti politici”, come dimostrato dalle inchieste “Geenna” e “Egomnia” sui contatti tra presunti ‘ndranghetisti e candidati in Valle d’Aosta, ma anche l’arresto dell’ex assessore regionale del Piemonte Roberto Rosso, indagato per voto di scambio politico-mafioso.

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