Raccolta dei pomodori in Puglia (Foto di Michele Cannone/Flickr)
Raccolta dei pomodori in Puglia (Foto di Michele Cannone/Flickr)

Quei braccianti sfruttati e uccisi nel silenzio

Storie di lavoratori stranieri, vessati da imprenditori italianissimi, di cui non avete mai sentito parlare. Solo il Covid ha acceso per qualche tempo i riflettori, che si sono già di nuovo spenti

Toni Mira

Toni MiraGiornalista e componente del comitato scientifico de lavialibera

30 luglio 2020

C'è voluto il Covid-19 per far scoprire all'Italia i braccianti bulgari di Mondragone. Ci sono voluti 43 tamponi positivi per aprire gli occhi su duemila lavoratori sfruttati da caporali e italianissimi imprenditori. C'è voluta una zona rossa per alzare il velo sui quattro ex palazzi Cirio dove italianissimi proprietari si fanno pagare cento euro al mese a persona, riempiendo gli appartamenti anche con quindici persone. Ovviamente in nero. Ma alla fine si è parlato e scritto più dei rischi sanitari, delle tensioni tra locali e bulgari, che del lavoro in nero e senza tutele. In condizioni davvero da schiavi, uomini, donne e bambini. Accettano in silenzio, perchè quel poco per loro è tanto.

Mal pagati e con poche tutele: storie di lavoratori indispensabili

Da più di due anni la Flai Cgil denuncia questa gravissima condizione. Fatti precisi che nell'estate del 2018 mi hanno portato all'alba sotto quei palazzi, per toccare con mano l'arruolamento dei braccianti da parte dei caporali, e poi sui campi della provincia di caserta per vedere dal vivo la vita da schiavi. Tutto alla luce del sole ma invisibile. È servito un piccolo virus per far emergere questa storia che va avanti da anni. È però durato poco. E Mondragone e i braccianti bulgari sono stati presto dimenticati. Così come i morti, bruciati, asfissiati, sparati, nei ghetti dove vivono i braccianti immigrati, nel Lazio, in Campania, in Puglia, in Calabria, in Sicilia. Uccisi dal degrado, uccisi dai caporali, uccisi dalla disperazione. Storie che meritano poche righe sui giornali, presto dimenticate. Non provocano lo sdegno come per la morte violenta di George Floyd. Nessuno slogan per gli uccisi made in Italy. Invisibili in vita e invisibili dopo la morte.

Storie che meritano poche righe sui giornali. Non provocano lo sdegno come per la morte violenta di George Floyd. Nessuno slogan per gli uccisi made in Italy. Invisibili in vita e invisibili dopo la morte

Suicidi, aggressioni e incidenti sul lavoro

Chi ha mai sentito il nome di Thomas Yeboah, ghanese di 33 anni? Faceva il bracciante a Palmori nell'agro di Lucera, casolari sparsi e abbandonati occupati dagli immigrati, uno dei tanti ghetti del Foggiano. Ma poi all'inizio di dicembre 2019 decide di lasciare questa condizione di sfruttamento. Voleva andare in Francia e poi in Spagna. Raggiunge Ventimiglia, ci resta due mesi ma non riesce a passare il confine. Per colpa del cosiddetto "decreto sicurezza" non ha un permesso di soggiorno che gli permette di espatriare legalmente. Porte chiuse per lui e per il suo futuro. Così a fine gennaio è tornato, ma si è fermato a San Severo, ha comprato una corda e si è impiccato a un albero. Lascia la moglie e un figlio piccolo. La disperazione, l'invisibiltà lo hanno ucciso. Non l'unico caso.

La bracciante che ha acceso i riflettori sul caporalato

Marco Omizzolo, il sociologo che ha denunciato la condizione di sfruttamento degli indiani sikh nell'Agro Pontino, mi racconta di ben 14 suicidi in tre anni tra questi braccianti. L'ultimo in pieno lockdown. Si chiamava Joban Singh, e aveva appena 25 anni. Lavorava in nero per non più di 500 euro al mese. Senza permesso di soggiorno. Schiavizzato e invisibile. Quando viene a sapere della regolarizzazione intravede una luce di speranza. Invano bussa alla porta di vari imprenditori agricoli pontini. Nessuno lo vuole mettere in regola. Così anche lui, nella notte del 6 giugno si impicca ad una trave della casa. Morto di sfruttamento, morto di lavoro non vero.

Tra i braccianti dell'Agro Pontino ci sono stati ben 14 suicidi in tre anni. L'ultimo in pieno lockdown. Si chiamava Joban Singh e aveva appena 25 anni

Ma Omizzolo mi racconta anche di morti sul lavoro, 15 in due anni, compresi quelli travolti mentre in bicicletta rientrano la sera dai campi. Non solo nel Lazio. Fatty e Yaya, della Guinea e del Senegal, meno di 20 anni, sono stati uccisi a Teverola nel Casertano il 4 febbraio 2019 alla fine di una durissima giornata lavorativa sui campi. Schiacciati da un'auto che dopo l'impatto non si è fermata. L'autista è stato poi rintracciato, personaggio noto, con parecchi precedenti penali. "Pensavo di aver preso un palo", prova a giustificarsi. Nel processo di primo grado è stato condannato a 6 anni. In appello è arrivata la riduzione a due.  Sì, appena due anni per due giovani vite. Due ragazzi ospiti di uno Sprar ma, dopo il decreto Salvini, a rischio di finire per strada, dove hanno prima trovato la morte. Notizia che non avrete mai letto. Notizia invisibile di uomini invisibili.

Caporalato, un ottimo piano per cominciare 

Come i 9 immigrati che a fine luglio 2019 a Foggia, all'alba, sono stati vittime di aggressioni a sassate mentre in bicicletta andavano al lavoro. Uno di loro, Kemo Fatty, 22 anni del Gambia, colpito in pieno volto da una grossa pietra ha riportato seri danni a un occhio e alla mandibola. Dopo tre mesi, grazie all'impegno della procura di Foggia, sono stati arrestati due foggiani ventenni accusati di lesioni personali pluriaggravate, propaganda e istigazione a delinquere per motivi di discriminazione razziale etnica e religiosa. In altre parole, violenze aggravate da motivazioni razziste. In Italia non in qualche stato del sud Usa.

Morire tra le fiamme in una baraccopoli 

Si muore travolti, si muore aggrediti, si muore nella propria baracca, unico tetto che l'Italia offre a questi lavoratori. L'elenco è terribile, e ancor di più il quasi totale silenzio su questi drammi. Tra le fiamme della baraccopoli di San Ferdinando muoiono tre giovani in un anno. Il 27 gennaio 2018 la nigeriana Becky Moses, 26 anni. Il 2 dicembre Suruwa Jaiteh, appena 18 anni, del Gambia. Il 16 febbraio 2019 Moussa Ba, 29 anni del Senegal. Queste morti, che mettono sotto i riflettori le condizioni di vita e di lavoro dei braccianti nella Piana di Gioia Tauro, indignano per pochi giorni. Ma l'unica soluzione trovata è lo "sgombero", come chiedeva l'allora ministro dell'Interno, Matteo Salvini. Così il 7 marzo l'enorme e indegna baraccopoli viene rasa al suolo e una parte dei braccianti trasferita in una tendopoli. Ma il dramma, e il silenzio, continuano. Il 22 marzo nell'incendio della sua tenda muore Sylla Noumo, 32 anni, originario del Senegal. Il fuoco è il drammatico compagno di queste vite invisibili. In Calabria come in Puglia. Ben quattro morti in un anno e mezzo nel ghetto di Borgo Mezzanone.

L'ultimo il 12 giugno si chiamava Ben Ali Mohamed, detto Bayfall,  37 anni del Senegal. Il primo, il 6 novembre 2018, Bakary Secka, 30 anni del Gambia. Il 26 aprile 2019 un altro gambiano, Samara Saho di 26 anni. Il 4 febbraio di questo anno una donna africana rimane gravemente ustionata. Muore dopo tre giorni di agonia. "Vittima dell'indifferenza", denuncia l'associazione Intersos. Dopo cinque mesi girando su Internet il suo nome ancora non si trova. Invisibile anche dopo la morte. E le fiamme hanno colpito più volte anche gli altri ghetti foggiani. Il 9 dicembre 2016 un ragazzo di 20 anni, Ivan Miecoganuchev era morto in un incendio della sua baracca nel cosiddetto "Ghetto dei Bulgari", in località "Pescia". Nel "Gran ghetto" sorto nelle campagne tra San Severo e Rignano Garganico in località Torretta Antonacci, il 3 marzo 2017 sono morti bruciati due migranti di 33 e 36 anni entrambi originari del Mali, Mamadou Konate e Nouhou Doumbia.

Ma non è solo il fuoco ad uccidere. Nella notte del 23 novembre 2019, in un casolare vicino al ghetto di Borgo Mezzanone, vengono trovati morti due immigrati, uccisi dalle esalazioni di monossido di carbonio provocate da un braciere. Sui giornali finiscono in una "breve". Solo dopo alcuni giorni si riescono a sapere i nomi: Emmanuel, nigeriano, e Elvis del Camerun. Scopro che quest'ultimo aveva il permesso di soggiorno per per motivi umanitari, ma dopo il "decreto Salvini", non aveva potuto più rinnovarlo, finendo nel limbo dei "senza documenti", degli invisibili. Che per lui aveva voluto dire anche non poter più avere un contratto di lavoro. Un dramma nel dramma. Proprio il 23 novembre Elvis era andato a Roma, dall’avvocato che segue la sua vicenda, per capire come fare ad avere nuovamente un permesso di soggiorno. Ma al rientro a Foggia aveva perso il pullman per Lesina dove viveva e lavorava. Aveva così trovato ospitalità dall'amico Emmanuel, nel casolare diroccato. Dove entrambi hanno trovato una morte silenziosa.

C'era una volta Riace. Quel che resta di un sogno

Un'altra storia è possibile 

Se Petty, 28 anni, nigeriana, madre di due bambini, reduce dallo sgombero salviniano della baraccopoli di San Ferdinando, ha trovato la morte nell'incendio di un'altra baracca a Bernalda in Basilicata, Bernice e Justice hanno trovato la vita e la dignità, pur partendo da una vicenda analoga. Anche loro vivevano in una baracca a San Ferdinando, anche loro sono stati sgomberati senza alternative. Invisibili erano prima e invisibili erano rimasti. Sono così finiti nelle campagne foggiane, nel ghetto di Borgo Tre Titoli, comune di Cerignola, la terra di Giuseppe Di Vittorio, il padre del sindacalismo bracciantile. In Calabria avevano una baracca, in Puglia sono finiti in una baracca. Ma hanno trovato anche degli amici, volontari, operatori, cooperanti, che hanno cambiato la loro vita. Ora Bernice e Justice vivono in una casa vera, hanno un contratto vero, con la cooperativa Pietra di scarto, che da anni su un bene confiscato dà lavoro a immigrati, ex tossicodipendenti, detenuti. Lavorano proprio a Tre Titoli, su un terreno di proprietà della Diocesi di Cerignola-Ascoli Satriano, alle spalle di "Casa Bakhita", il grande centro realizzato coi fondi dell'8xmille, per offrire servizi agli immigrati. E ora anche lavoro, grazie a un progetto che vede insieme Pietra di scarto e Caritas diocesana. La dimostrazione che è possibile un'altra storia. Ma serve una squadra, una rete.

Caporali del Centro Nord 

Sono quasi trecento le inchieste avviate da 99 procure sullo sfruttamento dei lavoratori dopo l'approvazione della legge anticaporalato. Più della metà delle inchieste riguardano il Centro Nord

È quella che non ha avuto al fianco Adnan Siddique, 32 anni pakistano, ucciso a coltellate il 3 giugno a Caltanissetta per aver difeso i diritti dei braccianti contro lo sfruttamento dei caporali. Una storia che ricorda quella di più di venti anni fa di Hyso Telharay giovane bracciante albanese, morto a Cerignola l'8 settembre 1999, dopo tre giorni di agonia, per le gravi lesioni provocate da alcuni caporali. Era la punizione per essersi rifiutato di cedere ai loro ricatti e di consegnare parte dei suoi guadagni. Aveva appena 22 anni. Sono passati più di due decenni e la narrazione rimane la stessa. Anche se, per fortuna, la legge 199 del 2016, la cosiddetta "legge anticaporalato", permette di colpire con più efficacia gli sfruttatori. Sono quasi trecento le inchieste avviate da 99 procure sullo sfruttamento dei lavoratori dopo l'approvazione dell'importantissima norma. Illegalità diffusa in tutto il Paese, non solo al Sud. Più della metà delle inchieste riguardano, infatti, il Centro Nord. Lo sfruttamento non colpisce solo gli immigrati e non riguarda solo il comparto agricolo. Infatti in 15 inchieste sono coinvolti lavoratori italiani. E ben 97 riguardano comparti diversi dall'agricoltura. Lo rivela il Rapporto elaborato dal Centro di ricerca interuniversitario l'Altro Diritto (costituito da undici atenei), insieme alla Flai Cgil. Inchieste che fanno emergere condizioni terribili.
 

Senza giustizia

Soumaila Sacko, bracciante maliano di 29 anni, è stato ucciso a fucilate mentre prendeva alcune lamiere per rinforzare la sua baracca da una fornace sotto sequestro per disastro ambientale

Ma quante di queste persone, quante di queste storie riescono a diventare notizie, a indignare? Pochissime. Una per un po' ha ottenuto il riflettori dell'attenzione mediatica. È quella di Soumaila Sacko, bracciante maliano di 29 anni che viveva nella baraccopoli di San Ferdinando. Ucciso a fucilate il 2 giugno 2018, mentre stava prendendo alcune lamiere per rinforzare la sua baracca, da una fornace sotto sequestro per disastro ambientale. A sparare Antonio Pontoriero che riteneva quel luogo "cosa sua". Dopo due anni il processo procede a rilento, nel generale disinteresse. Intanto la baraccopoli non c'è più, ma senza creare alternative. Gli invisibili sono diventati ancora più invisibili, sparsi nelle campagne, in casolari e baracche. Mentre i resti del ghetto sono ancora lì, enormi cumuli di rifiuti ormai coperti dall'erba. L'ennesimo simbolo dell'incapacità a gestire non un'emergenza, ma una vita quotidiana. E di Soumaila non si parla più. Ma di Daniel Nyarko, 51 anni del Ghana, non si è mai parlato. Il 28 marzo 2019, sempre nella zona di Borgo Mezzanone, viene ucciso con due colpi di pistola mentre è in bicicletta. Faceva il custode di una masseria e aveva evitato il furto di mezzi agricoli, facendo arrestare i ladri. Un fatto grave ma quasi ignorato dalla stampa che al massimo lo descrive come esito di un litigio. E Daniel è subito dimenticato. Un morto solo rimane invisibile. Ce ne vogliono sedici, in due incidenti stradali nel Foggiano il 4 e il 6 agosto 2018, stritolati nei furgoni dei caporali, per ricordare al Paese chi lavora nei nostri campi, come viene sfruttato, in che condizioni vive. Pomodoro e sangue. Ma dopo due anni altro sangue continua ad essere versato per quei pomodori. Sangue ancora di invisibili.

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