Il cadavere di un migrante, lasciato per giorni alla deriva nel Mediterraneo. Credits: Seawatch
Il cadavere di un migrante, lasciato per giorni alla deriva nel Mediterraneo. Credits: Seawatch

Morti in mare, attesi a casa

Dall'inizio dell'anno alla metà di giugno l'Alto commissariato delle Nazioni unite per i rifugiati ha contato 248 migranti morti e scomparsi nel Mediterraneo. Alcune famiglie tunisine si battono per sapere dove siano i loro figli, fratelli, cugini

Andrea Giambartolomei

Andrea GiambartolomeiRedattore lavialibera

16 luglio 2020

L'immagine del cadavere di un migrante incastrato tra i tubolari di un gommone e lasciato per giorni alla deriva nel Mediterraneo, scattata dalla Seabird (l'aereo della Ong SeaWatch), sta scuotendo la politica. Dall’inizio dell’anno alla metà di giugno l’Alto commissariato delle Nazioni unite per i rifugiati (Unhcr) ha contato 248 migranti morti e scomparsi in questo tratto di mare. L’Oim ne stima di più: 347 deceduti nel 2020. Da almeno un decennio, alcune famiglie tunisine si battono per sapere dove siano i loro figli, fratelli, cugini salpati verso l’Europa. L'approfondimento nel terzo numero de lavialibera.

Zarzis, porto a Sud Est della Tunisia. La capitale Tunisi è a quasi 500 chilometri di distanza, la Libia a 75, Lampedusa a 260 chilometri di mare. Non è il punto migliore da cui salpare verso l’Europa, come lo sono alcune città più a Nord come Sfax o Soussa, eppure dal 2011 molti migranti africani sono partiti da qui. E alcuni ci sono tornati, ma morti. A Zarzis un pescatore e volontario della Mezzaluna rossa, Chamseddine Marzoug, da anni recupera i cadaveri di questi naufraghi e dà loro una sepoltura. Ha creato il cimitero degli sconosciuti dove sono stati sepolti più di quattrocento corpi, corpi che nessuno reclama. È una piccola parte del grande numero di migranti scomparsi o morti attraversando il Mediterraneo.

Il 9 giugno, al largo di Sfax, è affondato un barcone: di 53 passeggeri, quasi tutti provenienti dall’Africa subsahariana, ne sono morti 39. Il 13 giugno al largo di Zawya (Libia) altro naufragio: dispersi dodici passeggeri, denunciano l’Organizzazione internazionale per le migrazioni (Oim, collegata alle Nazioni unite) e Alarm Phone, linea telefonica a cui possono rivolgersi i migranti in emergenza durante la traversata. Dall’inizio dell’anno alla metà di giugno l’Alto commissariato delle Nazioni unite per i rifugiati (Unhcr) ha contato 248 migranti morti e scomparsi. L’Oim ne stima di più: 347 deceduti nel 2020. Dal 2014, anno in cui è cominciato il progetto Missing Migrants, sarebbero stati più di 20mila i deceduti. Questa soglia è stata superata a maggio: QIl fatto che abbiamo raggiunto questo nuovo tragico traguardo rafforza la posizione dell’Oim secondo cui è urgentemente necessario aumentare la capacità di ricerca e salvataggio nel Mediterraneo", ha dichiarato in quell’occasione Frank Laczko, direttore del Centro di analisi dei dati sulla migrazione dell’Oim. Una capacità che è stata ridotta negli ultimi anni.

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