Un giovane afgano trasporta il padre sulle spalle lungo il confine serbo-ungherese, alle 23:50 del 14.09.15. A mezzanotte le autorità chiuderanno la frontiera. Foto di Valerio Muscella
Un giovane afgano trasporta il padre sulle spalle lungo il confine serbo-ungherese, alle 23:50 del 14.09.15. A mezzanotte le autorità chiuderanno la frontiera. Foto di Valerio Muscella

"Ecco perché siamo nell'era delle migrazioni"

Tre sono le caratteristiche che secondo Stephen Castles plasmano i movimenti dei popoli nella nostra epoca. Dove i migranti sono benvenuti solo se specializzati e gli Stati preferiscono mantenere la propria sovranità piuttosto che cooperare

Francesca Dalrì

Francesca DalrìRedattrice lavialibera

15 luglio 2020

"Le migrazioni contemporanee sono il semplice risultato della combinazione tra offerta di lavoro nei Paesi più sviluppati e domanda di opportunità e stili di vita migliori in quelli più poveri". A parlare è Stephen Castles, primo direttore dell’Istituto internazionale delle migrazioni di Oxford, ora in pensione, e una vita dedicata allo studio del fenomeno a livello globale. In accademia è noto per essere autore di The age of migration, "una sorta di affidabilissima wikipedia cartacea", come l’ha definita il professore Sandro Mezzadra nella presentazione scritta per la versione italiana. "Il problema – prosegue Castles – è che i governi preferiscono non riconoscere questi bisogni e faticano a rinunciare alla propria sovranità in materia. Come risultato, assistiamo a politiche medievali come l’innalzamento di muri e a una crescente differenziazione tra lavoratori specializzati liberi di muoversi e più che benvenuti e lavoratori non qualificati, costretti ad arrivare in maniera irregolare". Nel volume, pubblicato per la prima volta nel 1993 e giunto nel 2020 alla sesta edizione, Castles individua tre principali caratteristiche dell’era delle migrazioni. 

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