Green new deal: cos'è e cosa prevede il piano economico verde per salvare il pianeta

Negli anni Trenta si chiamava New deal ed era la soluzione dell'allora presidente americano Roosevelt alla terribile crisi economica. Oggi il New deal è diventato verde: un Green new deal, appunto. Un nuovo pacchetto di riforme e investimenti per la transizione verso un'economia sostenibile. La proposta politica arriva nuovamente dagli Stati Uniti grazie alla democratica Alexandria Ocasio-Cortez il cui motto è: non esiste giustizia ambientale senza giustizia sociale. E in Europa, a che punto siamo?

Francesca Dalrì

Francesca DalrìRedattrice lavialibera

1 febbraio 2020

Cos’è e com’è nato il Green new deal

Correvano gli anni Trenta e il mondo affrontava la prima grande crisi economica del sistema capitalistico: la depressione del 1929. Una crisi che colpì prima gli Stati Uniti per estendersi ben presto al Vecchio continente. Per rimediare ai disastrosi effetti, il neoeletto presidente americano, Franklin Delano Roosevelt, decise di mettere in campo un piano di riforme che prevedeva un forte intervento statale nell’economia. Un “New deal”, appunto. Abbracciando le tesi dell’economista John Maynard Keynes, il New deal di Roosevelt riuscì a dimezzare la disoccupazione e far ripartire l’economia americana.

Correvano i primi anni 2000 e negli Stati Uniti stava per scoppiare quella che molti economisti considerano la seconda (dopo quella del 1929) peggiore crisi economica della storia: la grande recessione del 2007. Innescata negli Stati Uniti dallo scoppio di una bolla immobiliare, in Europa diede il via alla crisi del debito sovrano. Fu in quel momento che la New economics foundation, un centro studi britannico, ebbe un’intuizione: affrontare le tre crisi che il mondo stava sperimentando – quella finanziaria, l’esplosione del prezzo del petrolio e il cambiamento climatico – non come crisi separate, ma come un’unica crisi globale. Il pacchetto di proposte politiche venne pubblicato in un rapporto del 2008 intitolato, appunto, “A Green new deal”. Nel 2009 l’espressione fu poi ripresa da un rapporto dall’Unep, il programma per l’ambiente delle Nazioni unite.

Da allora Green new deal è diventata un’espressione comune per indicare le politiche di transizione a un’economia verde e sostenibile. “Un Green new deal globale” è, per esempio,  il titolo dell’ultimo libro dell’economista statunitense Jeremy Rifkin, edito in Italia a settembre 2019. Nel libro Rifkin, che prevede il crollo della civiltà dei combustibili fossili entro il 2028, definisce il passaggio da un’economia fossile a un’economia basata su fonti rinnovabili la terza rivoluzione industriale. 

A livello politico, nonostante l’ostruzionismo del presidente Donald Trump, gli Stati Uniti sono stati il primo Paese a discutere questo pacchetto di riforme verdi, proposto a febbraio 2019 dalla deputata democratica Alexandria Ocasio-Cortez. L’idea della più giovane deputata della storia americana è che la crisi climatica contenga tutte le altre crisi e che la lotta per il raggiungimento degli obiettivi ambientali vada di pari passo con quella per gli obiettivi sociali. Secondo Ocasio-Cortez il Green new deal è l’occasione per ridisegnare la politica economica creando nuovi posti di lavoro e riducendo le disuguaglianze.

 

Il Green deal europeo: diventare il primo continente climaticamente neutro

Dagli Stati Uniti il Green new deal è arrivato direttamente in Europa. Ambasciatrice di questo pacchetto è la neoeletta, nonché prima presidente donna della Commissione europea, Ursula von der Leyen. “Il Green deal è il nostro uomo sulla luna”, ha detto nel suo discorso di insediamento (nella versione europea il piano verde ha perso l’aggettivo “new” che, probabilmente, faceva troppo Roosevelt). L’obiettivo dell'esecutivo europeo è rendere il Vecchio continente il primo climaticamente neutro entro il 2050, azzerando per quella data le emissioni nette di CO2. Nelle parole della Commissione: diventare “leader mondiale” nella lotta al cambiamento climatico. La delega per guidare il Green deal Von der Leyen l’ha affidata al primo vicepresidente della Commissione (l’organo europeo con diritto di iniziativa legislativa), l’olandese Frans Timmermans.

"Il Green deal è il nostro Uomo sulla Luna"Ursula von der Leyen - presidente commissione Ue

Un primo passo era stato fatto già lo scorso 28 novembre con l’approvazione da parte del Parlamento europeo di una risoluzione per dichiarare il cambiamento climatico emergenza globale. Ora la Commissione punta a mettere in campo un piano concreto di riforme e investimenti. Nel crono programma stilato sono due le tappe fondamentali. Primo: far diventare il Green deal legge entro marzo e rendere così la neutralità climatica un obiettivo vincolante. Una clausola che tutte le decisioni politiche ed economiche dell’Unione dovranno rispettare. Secondo Timmermans, “un esercizio di disciplina” per mantenere le promesse e agire qualora queste non venissero rispettate. Secondo: presentare entro l’estate un piano per tagliare le emissioni di gas serra entro il 2030 di almeno il 50-55 percento rispetto ai livelli del 1990. Da allora, infatti, l’Ue ha ridotto le emissioni di gas serra del 23 percento, a fronte di un’economia che è cresciuta del 61 percento, ma di questo passo le emissioni verrebbero ridotte solo del 60 percento entro il 2050. La prima legge europea sul clima avrà il compito di “stabilire in modo chiaro le condizioni di una transizione equa ed efficace, assicurare la prevedibilità agli investitori e garantire che la transizione sia irreversibile”. 

 

Le principali tappe 

La prima bozza del Green deal europeo è stata presentata dalla Commissione all’Europarlamento e al Consiglio dell’Ue (i due organi legislativi dell’Unione) l’11 dicembre scorso. Una tabella di marcia delle politiche necessarie per centrare gli ambiziosi obiettivi verdi. Tuttavia, la strada è partita in salita. A mettersi di traverso è stato il Consiglio europeo, l’organo che definisce l’agenda politica dell’Unione, formato dai capi di Stato o di governo dei Paesi membri. Qui il 12 dicembre i leader europei sono rimasti inchiodati al tavolo dei lavori ben oltre l’orario di cena. Dalla discussione sul nucleare come fonte di energia pulita ai passi da compiere per attuare la transizione ecologica, lo scontro più acceso si è verificato sull’asse ovest-est del continente, in particolare con Polonia, Ungheria e Repubblica ceca. Alla fine l’obiettivo della neutralità climatica entro il 2050 è stato fissato, ma la Polonia, la cui produzione energetica dipende ancora all’80 percento dal carbone, se n’è chiamata fuori. Un problema per Von der Leyen che ha dall’inizio dichiarato di non voler lasciare indietro nessuno: “Serve una transizione giusta per tutti, non tutte le regioni hanno lo stesso punto di partenza, ma condividiamo tutti la stessa destinazione”.

L’ultima tappa è stata il 14 gennaio quando la Commissione ha svelato il braccio finanziario del Green deal europeo: un piano da 1000 miliardi di investimenti in 10 anni. Il testo è stato approvato a larga maggioranza dal Parlamento (482 sì su 751 membri) il giorno successivo ed è ora in discussione al Consiglio dell’Ue. Anche se la cifra può sembrare astronomica, in realtà è considerata insufficiente visto che la stessa Commissione ha calcolato in 260 miliardi all’anno il costo per centrare gli obiettivi di riduzione delle emissioni al 2030.

 

Un piano da 1000 miliardi di investimenti

Molte critiche sono state mosse all’annuncio di un investimento da 1000 miliardi di euro. È bene precisare, infatti, che non si tratta di soldi che l’Ue metterà direttamente di tasca sua (questi al momento ammontano a 7,5 miliardi), ma di un conteggio complessivo che mira a stimolare investimenti pubblici e privati per questa cifra. Un’addizione di finanziamenti già esistenti e del cosiddetto effetto leva. In particolare gli investimenti privati saranno determinanti per il successo del Green deal europeo. Ed è stato lo stesso Valdis Dombrovskis, vicepresidente della Commissione Ue per l’economia, ad affermarlo: “Non c’è modo in cui i fondi pubblici possano soddisfare tutte queste esigenze. Dobbiamo fare affidamento sul settore privato”.

"I fondi pubblici non bastano. Il settore privato deve fare la sua parte"Valdis Dombrovskis - vicepresidente Commissione Ue

Il piano green di Von der Leyen si basa su tre pilastri. Primo: il cosiddetto Just transition mechanism, ovvero un meccanismo per una transizione equa con fondo annesso che ha l’obiettivo di attenuare le conseguenze economiche e sociali della transizione verde per le regioni maggiormente dipendenti dai combustibili fossili (e far così salire la Polonia sul carro del Green deal). Secondo: InvestEU, il programma erede del piano Juncker, ora gestito dal commissario all’economia Paolo Gentiloni, che sosterrà gli investimenti nell’Ue dal 2021 al 2027, di cui almeno un terzo per la lotta al cambiamento climatico. Terzo: l’intervento della Bei, la banca europea per gli investimenti, che dal 2021 non sosterrà più l’utilizzo dei combustibili fossili e che mira a raddoppiare i propri investimenti in progetti green portandoli dall’attuale 25 per cento al 50 percento diventando la banca europea per il clima. 

 

Ecco nello specifico come sono stati conteggiati i 1000 miliardi:  

  • 503 miliardi dal bilancio Ue, che sarà dedicato per un quarto alla transizione, InvestEU, la Bei e le banche nazionali;

  • 279 miliardi pubblici e privati mobilitati da InvestEU;

  • 25 miliardi da ETS, il sistema per lo scambio delle quote di emissione di gas serra dell’Ue;

  • 143 miliardi dal Just transition fund per la conversione delle regioni peggiori d’Europa (di questi, 7,5 li metterà direttamente l’Ue);

  • 114 miliardi di cofinanziamenti nazionali.

 

La spartizione dei fondi: quali benefici per l’Italia?

Una nota dolente rimane la spartizione del Just transition fund: al di là dei finanziamenti che la Commissione spera di innescare con il proprio piano di investimenti, a chi spettano quei 7,5 miliardi di euro sicuramente disponibili dal 2021 al 2027? Come detto, il fondo è stato creato proprio per convincere i Paesi più reticenti, in particolare la Polonia che dovrebbe esserne, infatti, il grande beneficiario con 2 miliardi (il massimo consentito per un solo Stato). Per l’Italia si parla di 364 milioni, più della Spagna (307), ma meno di Francia (402) e Germania (877). Il problema è che l’Italia, come altri Stati membri, è un contributore netto dell’Ue e verserà a sua volta un contributo di 900 miliardi con un saldo finale netto negativo. Ciononostante, la corsa ai fondi nel bel Paese è già iniziata e non pochi politici sperano di usare il fondo per risolvere emergenze nazionali come l’Ilva di Trapani.

Per accedervi gli Stati dovranno individuare le aree interne più vulnerabili e presentare alla Commissione dei piani dettagliati sul processo di transizione da attuare. Dal canto suo la Commissione ne fissa i criteri di individuazione: l’intensità delle emissioni di CO2 e l’incidenza sull’occupazione locale. Non è previsto il criterio della ricchezza pro capite come avviene per altri fondi europei. Per questo potrebbero accedervi anche aree molto inquinate ma benestanti come Piemonte o Lombardia.

 

Il nodo della flessibilità 

Per spingere la transizione verde l’Italia, ma non solo, ha chiesto all’Europa di consentire lo scorporo dei finanziamenti verdi dal calcolo del deficit a partire dal 2021. In parole semplici, escludere gli investimenti verdi dal calcolo del deficit che ogni autunno fa tremare i governi italiani nel tentativo di non sforare la fatidica soglia del tre percento del Pil. Molte sono le resistenze, tra cui quella della Germania o della stessa Von der Leyen. Ma se ciò non verrà concesso, solo i Paesi che hanno spazio fiscale potranno attuare la strategia verde. Non l’Italia, per capirsi, a meno, certo, di non ridurre altre voci di spesa. Un’operazione assai ardua visto il valzer annuale di decimali per far quadrare i conti.

Per andare incontro ai governi, Bruxelles si è detta pronta a cambiare le regole sugli aiuti di Stato entro il 2021. Il problema non è solo tecnico, ma sostanziale. Il Green new deal concettualizzato in Gran Bretagna e tradotto in politichese negli Stati Uniti sostiene con forza una svolta economica, non solo ambientale. In pratica, un taglio netto con il capitalismo sfrenato e un sistema finanziario senza limiti. Un cambio di paradigma a cui l’Europa non sembra ancora pronta. 

 

Il Green new deal italiano

Fin dal suo insediamento anche il governo giallo-rosso si è riempito la bocca dell’espressione Green new deal. Finora sono stati approvati: il decreto Clima (con appena 450 milioni di finanziamenti stanziati), il decreto Salvamare, un emendamento chiamato End of waste sul riciclo dei rifiuti differenziati e il Piano nazionale integrato per l’energia e il clima. Anche la legge di bilancio 2020 ha contribuito a suo modo al Green new deal italiano, ma qui la strada è stata ancor più faticosa. Emblematico è il caso della plastic tax. Dopo mesi di discussioni e polemiche, la tassa sulla plastica monouso e sugli imballaggi è stata approvata. Ma l’importo previsto è passato dall’ipotesi iniziale di un euro al chilogrammo ai 45 centesimi finali, in vigore a partire dal prossimo luglio. 

La distanza con le politiche di altri Paesi rimane evidente. La Germania, ad esempio, ha deciso di finanziare con 54 miliardi in quattro anni la propria transizione verde (giudicati comunque insufficienti vista la sfida in atto). L’Italia con la legge di bilancio appena approvata ne ha stanziati appena 4,24 nello stesso arco temporale. Se si parla poi di fonti fossili, mentre la Germania ha annunciato la volontà di dire addio al carbone entro il 2038, per il momento l’Italia continuerà a finanziarle. Per una cifra che secondo Legambiente ammonta a 18,8 miliardi di euro all’anno, 16,8 miliardi secondo il ministero dell’Ambiente. Ma soprattutto, un finanziamento che ad oggi non ha data di scadenza. “Doveva essere la manovra del Green new deal – ha commentato Stefano Ciafani, presidente nazionale di Legambiente –, ma l’Esecutivo è ancora lontano dall’obiettivo”.

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