Mimmo Lucano
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C'era una volta Riace. Quel che resta di un sogno

Il Consiglio di Stato ha riammesso il Comune di Mimmo Lucano nello Sprar bocciando il provvedimento voluto da Salvini, ma in paese le porte sono ormai chiuse. Il modello d'accoglienza ideato dal sindaco, però, rivive in altri borghi calabresi

Francesco Donnici

Francesco DonniciGiornalista Corriere della Calabria

11 giugno 2020

C’era una volta Riace, un modello “encomiabile”. Così almeno è stato definito nell’ultimo capitolo della storia, quello scritto dalla sentenza della terza sezione del Consiglio di Stato pubblicata lo scorso 28 maggio. Una parziale conferma della decisione del Tar Calabria (sezione di Reggio Calabria) di accogliere il ricorso del Comune contro il provvedimento del Viminale del 9 ottobre 2018 – quando ministro dell’Interno era Matteo Salvini – che disponeva la revoca dei benefici relativi al sistema dell’accoglienza e l’esclusione di Riace dallo Sprar (il sistema di protezione per richiedenti asilo e rifugiati, oggi Siproimi dopo lo smantellamento operato dal cosiddetto primo decreto sicurezza). Un provvedimento definito ora “illegittimo” dai giudici amministrativi. Il problema sta, però, nei tempi e in quel “c’era una volta” che sa di favola senza lieto fine.

Era cosa nota che Riace, un tempo conosciuto come “il paese dell’accoglienza”, sarebbe finito nelle mire dell’allora ministro. Ancor prima dell’investitura, durante una delle sue dirette, Matteo Salvini definì l’allora sindaco Domenico Lucano “uno zero”. Dietro la gratuità di quell’epiteto, non c’erano solo due idee politiche agli antipodi, ma una verità più grande: “Riace rappresenta la prova oggettiva che quelle raccontate sui migranti sono solo menzogne”, ha affermato Roberto Saviano. Riace era sembianza dell’idea secondo cui attraverso l’accoglienza e l’integrazione gli immigrati potevano produrre lavoro e ricchezza per una terra destinata altrimenti allo spopolamento. Un’idea già cristallizzata in una legge regionale mai applicata, ma che oggi si rigenera in altri borghi (calabresi e non solo) che stanno facendo dell’accoglienza la loro forma di “resistenza”.

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Riace, un modello storico

I guai di Riace non sono iniziati con Salvini, che una volta al Viminale si è trovato servito l’assist per sferrare il colpo di grazia. Le strutture designate per l’accoglienza erano già state oggetto di una fitta serie di ispezioni da parte della prefettura di Reggio Calabria al tempo guidata da Michele di Bari, promosso – proprio da Salvini – a capo del Dipartimento per le libertà civili e l’immigrazione a seguito dello sgombero della baraccopoli di San Ferdinando e, durante l’emergenza covid, nominato da Luciana Lamorgese soggetto attuatore per la gestione degli sbarchi e della quarantena dei migranti che arrivano in Italia.

A marzo 2016 il nome di Mimmo Lucano finisce nella lista dei 50 leader più influenti al mondo stilata dalla rivista Fortune. Un mondo di sostenitori e detrattori si affaccia sulla realtà di Riace. E mentre il regista tedesco Wim Wenders (che già nel 2010 aveva dedicato all’esperienza e al sindaco dell’accoglienza il docufilm Il volo) racconta quella storia in una delle sue pellicole, i controlli e gli accertamenti cominciano a intensificarsi. Le ispezioni della prefettura portano al blocco dei fondi per i progetti relativi all’accoglienza in relazione a presunte irregolarità: è l’inizio della fine del modello Riace. Eppure, uno dei funzionari delegati dal prefetto, constatando le difficoltà dovute al blocco dei pagamenti per il sistema Riace già da un anno, nella sua relazione del 26 gennaio 2017, auspica un intervento immediato volto a garantire “la prosecuzione di una esperienza che rappresenta un modello di accoglienza, studiato (come fenomeno) in molte parti del mondo”.

Il 2 ottobre 2018 Mimmo Lucano viene arrestato. Il 9 ottobre arriva il provvedimento sottoscritto da Salvini per “l’applicazione di 34 punti di penalità” e la conseguente “revoca dei benefici accordati al Comune di Riace nel 2016, consistenti in un finanziamento annuale di circa due milioni di euro per un progetto triennale che prevedeva l’accoglienza di 165 immigrati”. Un’accoglienza iniziata ben prima di essere istituzionalizzata: già nel 1998, dopo lo sbarco divenuto ormai celebre di un veliero proveniente dal Kurdistan, il Comune aveva elaborato – viene ricordato nella sentenza del Consiglio di Stato – “un modello spontaneo di accoglienza diffusa, proteso, per un verso, alla positiva integrazione dei richiedenti asilo nella comunità locale, e, per altro verso, al contrasto dell’endemico spopolamento dell’entroterra calabrese a causa dell'emigrazione dei suoi abitanti”. Quando tra il 2001 e il 2002 vennero introdotti il Piano nazionale asilo e lo Sprar, Riace fu tra i primi Comuni ad aderire.

Per il Consiglio di Stato non solo il provvedimento voluto da Salvini è illegittimo, ma il modello Riace è "assolutamente encomiabile"

Il finanziamento bloccato dal Viminale riguarda il progetto per il triennio 2017-2019. La sua mancata realizzazione costringe molte persone, tra beneficiari e mediatori culturali, a spostarsi da Riace. Dopo l’impugnazione del provvedimento da parte del Comune, il 21 maggio 2019 arriva la prima bocciatura da parte del Tar che dichiara il provvedimento del Viminale “illegittimo”. Il Tar afferma come l’atto del Viminale sia intervenuto sulle presunte irregolarità commesse dal Comune nella gestione dei fondi per l’accoglienza senza specificare quali fossero i punti critici – richiamando in maniera generica le relazioni della prefettura – e quanto tempo il Comune avrebbe avuto a disposizione per adoperarsi al fine di sanarli, salvando il finanziamento. Un elemento che è stato richiamato in sede di appello anche dal Consiglio di Stato che definisce il modello Riace “assolutamente encomiabile negli intenti e anche negli esiti del processo di integrazione”. Una “circostanza che traspare anche dai più critici dei monitoraggi compiuti”. Un inciso che sancisce, oggi, una vittoria di Pirro perché le porte del borgo sono tornate a chiudersi.

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Una legge regionale mai applicata

Il cuore del modello Riace sono i laboratori, soprattutto artigianali, sorti per le vie del borgo, dove i migranti lavorano a stretto contatto coi locali. Un sistema che si ingrandisce oltre ogni aspettativa e che, per questo, matura un crescente bisogno di sostentamento economico che arriva in larga parte dai fondi per l’accoglienza. La decisione, della prefettura prima e del Viminale poi, di bloccare le erogazioni porta gradualmente alla chiusura dei laboratori facendo appiattire il modello sui soli fondi statali.

Aiuta in parte la moneta complementare spertimentata dal sindaco Lucano per permettere ai beneficiari di comprare a debito in alcuni esercizi commerciali del Comune. Attraverso i fondi per l’accoglienza si mira a favorire non soltanto l’integrazione tra immigrati e locali, ma anche l’economia interna al paese. Nonostante questo, alcuni evidenziano una possibile deriva assistenzialista. Tra questi Mario Ricca, che nel 2008 aveva dedicato a Riace la monografia Il futuro è presente sostenendo la necessità di puntare su un’economia capitalista per emanciparsi dai fondi Sprar. O il Blog delle stelle, dove dopo l’arresto di Domenico Lucano compare un articolo intitolato: “Stop al business dell’accoglienza”.

Una mano avrebbe dovuto darla la legge regionale n. 18 rubricata “Accoglienza dei richiedenti asilo, dei rifugiati e sviluppo sociale, economico e culturale delle comunità locali” e approvata già nel 2009. Di fatto, il modello Riace viene trasposto in una legge che prevede incentivi slegati dai fondi statali per l’accoglienza e anzi rivolti a replicare l’esperienza del borgo della Locride anche in altri contesti. Il testo, però, non troverà mai applicazione. L’anno successivo, e per l’ennesima volta, la Regione Calabria cambia colore politico con l’insediamento della giunta di destra guidata da Giuseppe Scopelliti (che nel 2012 finirà nel registro delle notizie di reato, oltre che tra le panche degli imputati di alcuni tra i più grossi processi di ‘ndrangheta della regione).

La carta d'identità di Becky Moses, allontanata dal paese e morta qualche tempo dopo tra le fiamme del ghetto di San Ferdinando
La carta d'identità di Becky Moses, allontanata dal paese e morta qualche tempo dopo tra le fiamme del ghetto di San Ferdinando

Difficile capire quando e per mano di chi, in effetti, sia cominciata la parabola discendente di Riace, ma gli attori in gioco sono molti. L’applicazione della legge del 2009 avrebbe permesso di finanziare e migliorare i laboratori consolidando un modello economico replicabile anche in altre aree – alcune delle quali, come la Toscana, hanno infatti recepito quella legge regionale – messe in condizione di conciliare il contrasto allo spopolamento (soprattutto) delle aree interne e l’integrazione socio-culturale delle tante persone che, una volta escluse da Riace come anche da altre zone, si sono ritrovate a vivere in ghetti come quelli della Piana di Gioia Tauro. Una di queste era Becky Moses, allontanata dal paese e morta qualche tempo dopo tra le fiamme del ghetto di San Ferdinando. Vicino al corpo carbonizzato venne trovata la carta d’identità rilasciatale proprio dal sindaco di Riace.

Mimmo Lucano

“Rifarei tutto nello stesso modo”. Dice sempre così, Mimmo Lucano, quando gli si domanda delle accuse mosse nei suoi confronti dalla procura di Locri nell’ambito dell’operazione Xenia. Addebiti che gli sono valsi un lungo divieto di dimora e, ancora oggi, un processo – la prossima udienza si terrà a Locri l’8 luglio – dov’è imputato anche per favoreggiamento dell’immigrazione clandestina.

Mimmo Lucano
Mimmo Lucano

Un periodo condito dall’impossibilità di prendere parte all’ultima campagna elettorale che ha visto trionfare Antonio Trifoli, sindaco vicino agli ambienti leghisti e oggi dichiarato decaduto in quanto ineleggibile. L’operato di questa nuova amministrazione è ancora impalpabile se si considera che l’atto più eclatante è stato quello di rimuovere il murales dedicato a Peppino Impastato e la storica toponomastica che richiamava Riace come “Il paese dell’accoglienza” per sostituirla col cartello “Il paese dei Santi Cosimo e Damiano”.

Era un po’ rammaricato dopo la decisione del Tar, Lucano, perché “ormai le persone sono state trasferite”. Ma dopo il secondo grado, sottolinea che “il giudizio, prima del Tar e del Consiglio di Stato, lo ha dato il Mondo e i rifugiati stessi, che nonostante tutto sono rimasti lì, nel borgo. Avremo fermato il nostro progetto, ma per noi la missione tuttora prosegue”.

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Le nuove Riace

La missione ora è quella di portare il modello anche oltre Riace: nei palazzi istituzionali, rispolverando e adeguando alle esigenze correnti quella legge, e in altri paesini che stanno continuando a puntare sull’accoglienza. Su tutte vale la pena citare l’esperienza di Acquaformosa, nel Cosentino, che da oltre dieci anni rappresenta una realtà capace di emanciparsi anche oltre la stessa Riace. Dal 2008 è operativo un progetto Sprar che gli ispettori del Viminale nel 2017, sempre sotto la guida di Salvini, avevano giudicato il migliore in Italia con zero punti di penalità messi a referto. Ma anche in questo caso, il leader della Lega non aveva avuto parole positive per il Comune. Col tempo il paese è diventato famoso per essere la culla del Festival delle Migrazioni giunto ormai alla sua ottava edizione. La storia del Comune, lo scorso 25 novembre, è anche approdata alla sede Unesco di Parigi in occasione della tavola rotonda “La mobilità come vettore di Pace”.

Due giovani rifugiate insieme all'insegnante di telaio Caterina Niutta
Due giovani rifugiate insieme all'insegnante di telaio Caterina Niutta

A osservare il territorio più da vicino si possono trovare tante altre storie di integrazione. Semi nati in maniera spontanea oppure grazie all’intermediazione di associazioni e realtà che da più o meno tempo operano sul territorio. È questo il caso del progetto Ama-la per il quale è stato selezionato il Comune di Camini, non distante da Riace, dove da qualche mese è sorto un piccolo laboratorio tessile per donne rifugiate che imparano le tradizioni locali incrociandole con le loro culture d’origine. L’esperienza fa riferimento al progetto PartecipAzione che finanzia la formazione in gestione di impresa per far avviare la vendita sulla piattaforma online che sarà gestita dalle stesse rifugiate.

Il laboratorio nasce da un’idea di Eurocoop Servizi Cooperativa Sociale ed è finanziato con l’otto per mille dell’Unione buddhista italiana. “Nel laboratorio ci sono cinque telai – raccontano le realtà che stanno dietro al progetto – uno antico perfettamente funzionante e gli altri quattro nuovi, realizzati seguendo il modello del primo. Li usano le donne rifugiate che vivono nelle strutture di accoglienza del Siproimi (i cui fondi hanno contribuito alla creazione del laboratorio), guidate da due maestre del luogo”. Per alcune, come Douaa, una ragazza siriana di 19 anni arrivata quattro anni fa in Italia grazie a un corridoio umanitario, “la Calabria è diventata la seconda casa”.

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