La copertina del graphic novel su Francesco Marcone
La copertina del graphic novel su Francesco Marcone

"Un uomo onesto", in libreria il graphic novel sulla storia di Francesco Marcone

Per ricordare l'uomo ucciso a Foggia nel 1995, Round Robin pubblica un romanzo grafico scritto dalla sceneggiatrice salentina Ilaria Ferramosca con i disegni di Giuseppe Guida

Piero Ferrante

Piero Ferranteredattore Gruppo Abele

19 maggio 2020

A Foggia in pochi conoscono via Figliolia. Via Figliolia, che qualcuno ci sbaglia finanche l’accento pensa, è una di quelle stradine secondarie, mal tenuta e peggio illuminata, pochi portoni per una manciata di numeri civici, stretta tra un parcheggio che faresti fatica a credere non essere nato già abbandonato e un’ex prestigiosa casa di riposo. Via Figliolia quando poi la spieghi ai foggiani vedrai una mano che batte sulla fronte e una lunga sequela di "ahh" rivelatrici. E allora ti diranno di avere torto tu e loro ragione a non conoscerla, ‘sta benedetta via Figliolia, che sei tu che sbagli a definirla via, perché via Figliolia è giusto una traversa. Foggia è così: vive di poche arterie principali sfrangiate di tante traverse.
In questa ipotesi di via che è via Figliolia, traversa di corso Roma, ai piedi di un palazzo quasi serafico, al numero 17, la sera del 31 marzo del 1995, viene ucciso Francesco Marcone: un uomo onesto, come recita il titolo del graphic novel scritto dalla sceneggiatrice salentina Ilaria Ferramosca con i disegni di Giuseppe Guida e il contributo dei figli Daniela (leggi la sua analisi sulla malavita foggiana durante il lockdown, ndr) e Paolo Marcone. Il libro, che si apre con un’introduzione curata da Luigi Ciotti, è pubblicato da Round Robin Editrice.

Francesco nasce a Foggia il 14 dicembre 1937. Direttore dell’Ufficio del registro della città, viene ucciso il 31 marzo 1995 alle 19.15 da due revolverate, due colpi di calibro 38, uno alla nuca e uno in una spalla, esplosi da un boia rimasto ufficialmente senza volto e senza identità. L’hanno aspettato sotto casa, Francesco detto Franco, fin dentro le sue cose private. L’hanno seguito nell’androne, forse l’avranno chiamato per nome e cognome o magari non ce n’era bisogno perché lo conoscevano, e gli hanno sparato, pum pum, e lui s’è accasciato, quasi afflosciato, sulle scale che portano all’ascensore. I colpi, dicono i condomini del 17 di via Figliolia, si potevano scambiare per botticelle di capodanno. Botti di capodanno a fine marzo. Morire un po’ così, come per un gioco, grottescamente, per altro in ritardo sui festeggiamenti.

Non poteva saperlo allora e infatti non lo sapeva, Marcone, che la sua storia, una vicenda umana irreprensibile finita male, scritta nel sangue e scarabocchiata di polvere da sparo, avrebbe segnato indelebilmente la storia della città. Che l’uomo Marcone sarebbe diventato il caso Marcone. Franco Marcone era d’altronde un uomo che si percepiva tutt’altro che speciale. Un uomo fieramente normale, rispettoso fino alla dedizione del bene pubblico, fiducioso nell’essere umano, sempre fuori moda, con il vizio dei calzini bianchi e il vezzo di una sciarpa rossa. E bello. Era bello Franco Marcone. Bello di quel bello che hanno addosso tutti i padri stanchi e saggi, con occhiali troppo grandi su occhi molto stretti e tagliati come con un’ascia. Se qualcuno si fosse azzardato a dirgli: "Marcò (perché a Foggia c’è questa abitudine, di troncare i cognomi alla penultima vocale, accentandola), da morto ti daranno la medaglia d’oro al valor civile", lui non avrebbe nemmeno sorriso e con la testa bassa avrebbe continuato a lavorare. E invece quel riconoscimento gliel’hanno dato davvero, nel 2006. E nel 2010 pure quello di vittima del dovere.

Dopo la risposta severa dello Stato, la mafia foggiana ha reagito con violenza, sostenevano i magistrati a inizio 2020 in seguito ad alcuni episodi di violenza 

A lui sarebbero bastate delle risposte. Per esempio, una fra tutte, a quell’esposto datato 22 marzo 1995, con cui, a meno di dieci giorni dal suo assassinio, denunciava alla Procura della Repubblica un inquietante giro di malaffare messo in atto da falsi mediatori che garantivano, dietro pagamento, il rapido disbrigo di pratiche d’ufficio. Truffe. E, dietro le truffe, una montagna di soldi. Contestualmente, Marcone aveva pure spedito una lettera a tutti i professionisti foggiani. Una lettera a metà strada tra il pugno duro e la messa in chiaro e che, forse, ha segnato la sua sorte per sempre: "L’ufficio non si avvale di figure intermediarie ma provvede alle comunicazioni e alle notifiche direttamente ai soggetti interessati". Sono le ultime parole pubbliche di Franco Marcone, l’ultima sua presa di posizione, arrivata in un giorno, il 22 marzo, che a Foggia è rosso di calendario. È il giorno della Madonna dei sette veli, festa patronale. C’è la processione, ci sono la banda, il quadro esposto alla devozione dei fedeli in cattedrale e le bancarelle con le nocciole glassate. C’è rumore e gente che ride e lui che firma l’esposto. Come se la Storia della città richiedesse una contrapposizione tanto evidente per sublimarsi. D’altronde c’è anche che Marcone è cattolico sì, ma in un modo tutto suo, credente ma non così osservante.

Franco Marcone sta lì e lavora. Scrive, denuncia e muore in una città che, prima di lui, aveva visto morire già mafiosi e gente per bene, assassini e imprenditori. Una città ancora ubriaca della mirabilia del Foggia di Zeman, dimentica di annoverare nel suo cursus (dis)honorum urbano già una strage di mafia, quella del Bacardi, che i magistrati, a posteriori, definiranno "degna della Chicago degli anni Venti".

Chissà, si mormora a bassa voce a Foggia, se Marcone sapeva di star morendo. Chissà se quel dettaglio minore e misconosciuto delle quattro fototessere nuove nuove riposte nel cassetto della sua scrivania è da interpretarsi come una percezione. La risposta resterà un silenzio infinito. Il silenzio che è stato l’unico, grande, riconosciuto colpevole nel caso Marcone. Un caso due volte aperto e altrettante chiuso. Un caso pieno di storture, di stranezze, di misteri, di ricostruzioni, di ipotesi, di posteriori, di fughe e di abusi, di gente che scappa e di altra che muore in incidenti mai chiariti, di pistole, di corrotti e corruttori, della Foggia bene che è la Foggia male, di case, case e ancora case da costruire, di lettere anonime. È tante cose ma nessuna verità.

I vescovi foggiani hanno firmato un documento di denuncia e impegno contro la criminalità organizzata. Come il profeta Isaia e don Peppe Diana affermano: "Per amore del nostro popolo non possiamo tacere"

Nel 2004, in quello che è oggi il punto esclamativo del caso Marcone, l’ordinanza di archiviazione, la giudice per le indagini preliminari Lucia Navazio scrisse queste esatte parole: "La lettura degli atti delle indagini ha determinato (…) il convincimento che un concreto contributo alle indagini poteva essere dato in prima battuta da soggetti inseriti nel circuito sano della società civile, chiaramente venuti meno a quel dovere civico di collaborazione che riguarda ogni cittadino".  La verità insomma esiste ma nessuno la dice. Esiste e cammina sbracciandosi per le strade della città di Foggia. Quelle strade dalla toponomastica strana e simbolica. Quella città che al primo funzionario pubblico morto ammazzato ha dedicato una strada marginale, una traversa che incrocia una sorta di niente, piccola e secondaria, dove c’è un brutto palazzo che ospita l’Agenzia delle entrate, dei bar e un centro commerciale fallito.

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