Un esemplare di pangolino (Wallpaperflare.Com)
Un esemplare di pangolino (Wallpaperflare.Com)
  • Un pangolino in Namibia (Foto Pixabay)
  • Pangolini in gabbia in un mercato di Myanmar (Foto Dan Bennett - Flickr)
  • Scaglie in vendita in un mercato di Myanmar (© V. Nijman - Traffic)

Covid-19: le colpe del pangolino, l'animale più trafficato al mondo

Secondo alcuni studi, il virus che ha causato la pandemia è molto simile a quello trovato su questo mammifero. In Estremo Oriente i sequestri di esemplari e squame sono in forte crescita: per la criminalità è un business molto redditizio

Andrea Giambartolomei

Andrea GiambartolomeiRedattore lavialibera

28 aprile 2020

I ricercatori ancora dibattono sull’origine del coronavirus. Qualcuno sostiene che provenga dai pipistrelli, alcuni dai serpenti e altri da un animale poco noto in Europa: il pangolino, un mammifero innocuo ricoperto di squame preziosissime che lo proteggono dai predatori, ma attirano anche bracconieri e contrabbandieri. Un chilo di quelle scaglie può costare diverse centinaia di dollari. Così il pangolino e la sua “armatura” sono tra le merci di origine animale più trafficate al mondo, ancora più dell’avorio di elefanti, delle corna di rinoceronti o delle tigri. Un’attività criminale molto redditizia contro cui si battono molte organizzazioni ambientaliste che vogliono salvare questa specie.

Cos’è il pangolino e perché viene cacciato

Da secoli la medicina tradizionale cinese utilizza prodotti derivati dai pangolini per moltissimi medicinali. Si crede che possano curare l’anoressia, infezioni cutanee, migliorare la fertilità o altroMonica Zavagli - responsabile del programma “Crimini e specie selvatiche” di Traffic

Assomiglia a un armadillo, ma si ciba di formiche e termiti come un formichiere. Anzi, viene chiamato formichiere squamoso, anche se non appartiene al suo stesso ordine animale. È ricoperto di scaglie di cheratina e quando viene attaccato si chiude su se stesso per proteggersi. Le sue otto specie si trovano nell’Africa subsahariana e nel Estremo Oriente. A febbraio Nature, una delle più importanti riviste scientifiche, ha dato la notizia di uno studio di tre ricercatori cinesi secondo i quali questo coronavirus è molto simile a quello trovato in alcuni pangolini malesi sequestrati a Guangdong il 24 marzo 2019 in un’operazione contro trafficanti di animali. Stessa conclusione di alcuni ricercatori che hanno studiato il virus di esemplari sequestrati a Guangxi tra il 2016 e il 2017 in un’altra operazione contro il traffico di animali selvatici.

I pangolini, la cui carne finisce nei piatti dei ricchi africani e asiatici, vengono cacciati anche per le squame: “Da secoli la medicina tradizionale cinese utilizza ingredienti derivati dai pangolini come ingredienti per moltissimi medicinali. Si crede che possano curare l’anoressia, infezioni cutanee, migliorare la fertilità o altro - spiega Monica Zavagli, responsabile del programma “Crimini e specie selvatiche” di Traffic, programma congiunto del Wwf e dell’Unione internazionale per la conservazione della natura (Iucn) che monitora i commerci legali ed illegali di specie selvatiche -. In Vietnam le nonne lo consigliano alle nipoti per aumentare la produzione di latte durante l’allattamento”. L’uso delle squame continua nonostante dal gennaio 2017 la Convenzione sul commercio internazionale delle specie a rischio (Cites) abbia vietato la vendita dei pangolini. “Solo questo mese i doganieri malesiani hanno sequestrato più di sei tonnellate di scaglie provenienti dall’Africa nascoste in un container falsamente dichiarato come carico di anacardi”, aggiunge. 

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Un traffico illecito in crescita

Un pangolino nella riserva Madikwe Game in Sudafrica (David Brossard - Flickr)
Un pangolino nella riserva Madikwe Game in Sudafrica (David Brossard - Flickr)

Negli ultimi anni, nonostante il divieto, il commercio di pangolini e delle loro squame è esploso. “Quando ne era consentita la vendita tramite sistemi di quote prestabilite dai governi, le pelli di pangolino venivano utilizzate nell’industria della moda per farne cinture o scarpe, come fosse la pelle del pitone o del coccodrillo. Al tempo gli Stati uniti erano uno dei principali importatori”, prosegue l’esperta italiana basata a Bangkok. Poi il mercato è cambiato. Tra il 2016 e il 2019 sono state confiscate 206,4 tonnellate di scaglie nel corso di 52 interventi, ha calcolato Wildlife Justice Commission, impegnata nella lotta ai crimini contro gli animali selvatici: “È probabile che una parte significativa dei traffici non sia intercettata”, si legge nel recente rapporto “Scaling up”. Di quel totale, i due terzi sono stati sequestrati negli ultimi due anni, indice di un business in crescita. “Tra l’agosto 2000 e il luglio 2019 a livello globale sono stati trafficati l’equivalente di 895mila pangolini”, è scritto nel rapporto “Southeast Asia. At the heart of wildlife trade”, pubblicato da Traffic a febbraio.

Eppure anche la Cina ha vietato la caccia e l’utilizzo: “Da gennaio le assicurazioni mediche non coprono più le spese per medicinali derivati dai pangolini. È un risvolto positivo anche se le autorità permettono ancora a certe cliniche e ospedali di farne uso, giustificandosi che le scaglie provengono da stock acquisiti prima del divieto internazionale. Come in molti paesi, la presenza di scappatoie legislative consente il riciclaggio di prodotti importati illegalmente”, sostiene Zavagli. La richiesta di pangolini resta ancora alta e il prezzo sale. “In Cina e in Vietnam il consumo della loro carne è legato allo status symbol: la si offre al ristorante per impressionare il capo di lavoro o i partner d’affari. Per questa assillante ricerca, la popolazione di pangolini in Cina è calata del 90% negli ultimi venti anni”. E c’è un effetto collaterale: “Ora la domanda si è spostata sui paesi africani”.

Alla base della catena e lo smercio in Nigeria

La consideriamo criminalità organizzata perché sposta enormi quantità da un continente all'altro. Ci vuole una grande sofisticatezza Sarah Stoner - direttore intelligence Wildlife Justice Commission

Il traffico di pangolini è in mano alla criminalità organizzata, sostengono molti enti, governativi e non. Non sono gruppi mafiosi, gang o cartelli: “È strutturata in maniera leggermente diversa - spiega Sarah Stoner, capo dell’intelligence di Wildlife Justice Commission -. La consideriamo criminalità organizzata perché sposta enormi quantità. Questo richiede una grande sofisticatezza nel muovere i carichi da un continente all’altro. E poi ci sono più livelli”. Alla base ci sono i bracconieri in Africa. I carichi sequestrati provengono in particolar modo da Camerun, Repubblica democratica del Congo e soprattutto dalla Nigeria da cui - stima Wjc - è partito il 55% della merce confiscata in Asia. “In Africa i pangolini vengono catturati e raccolti, le squame lavorate e preparate per l’invio. Servono documenti, che a volte vengono falsificati, e false società  - prosegue Stoner -. Ci sono gli spedizionieri e per far passare il carico con successo nei porti c’è anche corruzione, un problema comune dei traffici illeciti”.

In origine un esemplare di pangolino costa circa sette dollari, ma le squame di un solo esemplare possono avere un prezzo di 250 dollari in Asia. Le sanzioni sono basse: “In Nigeria la pena per chi caccia o vende un pangolino è di 2,70 dollari se è la prima volta - spiega WildAid, altra organizzazione non-profit per la tutela della fauna -. Come misura deterrente è molto inadeguata”. Così la caccia è aperta. Alcuni bracconieri in Camerun e in Uganda hanno spiegato all’Ufficio della Nazioni unite su droga e crimine (Unodc) che i pangolini giganti sono diventati rari. “Se ogni pangolino ucciso produce in media 500 grammi di scaglie, le 185 tonnellate sequestrate tra 2014 e il 2018 sono l’equivalente di 370mila pangolini”, si legge in un recente documento dell’Unodc. “Per avere 200 tonnellate di scagli confiscate (tra 2016 e 2019, ndr) deve esserci un livello industriale - prosegue Stoner -. Sappiamo che molti carichi partono dalla Nigeria, ma non sappiamo bene da dove possa provenire la merce, forse altri Stati, forse in Camerun. Ci deve essere qualcuno responsabile della raccolta, ma non sappiamo ancora chi”.

Secondo l’Unodc, la Nigeria potrebbe diventare un hub dei crimini contro gli animali selvatici. Perché? “Abbiamo alcuni indizi: c’è molta corruzione e ci sono molti carichi in transito, difficili da controllare - dice Stoner -. Fino al 2009 l’avorio africano partiva invece da Mombasa, in Kenya, a Est, ma sono state migliorate le tecniche di controllo e quindi il crimine organizzato ha cambiato tattiche”. “Il sistema di scambi dimostra che alle spalle c’è una rete di criminalità organizzata - dice Zavagli -.  Per quello che sappiamo non è molto diverso dai network dei trafficanti di avorio, droga e armi, anzi a volte sono gli stessi”.

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Verso i mercati dell’Estremo Oriente  

Squame sequestrate in Malesia (© E. John - Traffic)
Squame sequestrate in Malesia (© E. John - Traffic)

I costi crescono con i passaggi. Nel 2018, ricorda ancora l’indagine di Wjs, un chilo di scaglie in Nigeria costava 52 dollari americani. In Indonesia 226 dollari e in Vietnam 283. Nel 2019 in China un chilo poteva costare 355 dollari. A smerciarla sono “broker” asiatici. La merce viaggia soprattutto via mare in container carichi di rifiuti plastici, legumi, noci o semi, carne congelata, legname o zenzero. Poi finiscono nei mercati come quello di Huanan a Wuhan, un wet market che, secondo alcune ipotesi, è stato il primo focolaio del Covid-19: dei 41 primi pazienti, 27 erano stati lì. Dopo l’inizio della pandemia, le autorità lo hanno chiuso. La Cina ha poi chiuso fino ai primi di aprile tutti gli altri mercati con animali vivi. In questo contesto potrebbe essere avvenuto lo spillover, cioè il salto del virus da una specie all'altra. E in questi ambienti aumenta il rischio di zoonosi, cioè di malattie che si trasmettono dagli animali all’uomo.

“C’è un po’ di ambiguità nel modo in cui i termini wet market e wildlife market vengono utilizzati - premette Zavagli -. I primi sono mercati all’aria aperta dove si vendono prodotti freschi come pesce, carne, frutta e verdura. A volte gli animali vengono macellati sul posto, e in certi casi, si trovano anche specie selvatiche vive o morte. Quello di Huanan a Wuhan ne è un esempio”. Il secondo tipo, invece, “indica la vendita di specie di animali selvatici, a volte in via d’estinzione e proibiti, vivi o loro derivati”. In alcuni mercati, in certe bancarelle a bordo delle strade e online si possono trovare uccelli, serpenti, tartarughe, iguane, tarantole, pangolini, tigri, ma anche corna di rinoceronte e avorio di elefanti: “La lista è lunghissima”.

“I venditori sono persone che hanno piccole attività e guadagnano soprattutto vendendo prodotti derivati dagli animali selvatici”, spiega Stoner che, dopo anni di lavoro come ufficiale della Greater Manchester Police, dal 2016 coordina le inchieste di Wildlife Justice Commission: “Lavoriamo sotto copertura con persone di diversa nazionalità per entrare in contatto con i venditori e ottenere informazioni su prezzi e provenienza della merce. Cerchiamo di incontrarli e vedere cos’hanno. Raccogliamo le informazioni da passare alle forze di polizia”.

In alcuni paesi da alcuni anni la lotta ai crimini contro la fauna è diventata più dura: “Il traffico di specie selvagge è legato al riciclaggio e così in alcuni Stati del Sud Est asiatico la normativa antiriciclaggio permette di indagare a fondo e punire in modo più severo. Negli ultimi anni c’è stato un riconoscimento della gravità: non si tratta soltanto di bracconieri, ma di un crimine serio”, sottolinea Zavagli. In posti come la Thailandia e la Malaysia, le norme sono più severe: “Leggi e controlli si sono fatte più stringenti e molti mercati e negozi che prima smerciavano prodotti illegali sotto banco hanno chiuso. Tuttavia con l’espansione dell’e-commerce e l’utilizzo di social network come Facebook e WeChat i criminali hanno trovato un altro corso, dove possono celare la propria identità e rendere il lavoro delle forze dell'ordine molto più complesso”. Traffic, oltre ai mercati reali, monitora anche il commercio online e i gruppi chiusi sui social.  A marzo la Coalition to end wildlife trafficking online (“Coalizione per porre fine alla vendita di specie selvatiche su Internet), costituita da alcune aziende di e-commerce, social media e tech (soprattutto cinesi, come Alibaba, Baidu, ma anche statunitensi come ebay, Facebook, Google e Microsoft) in collaborazione con Wwf, Traffic e International fund for animal welfare (Ifaw), hanno rimosso o bloccato 3.335.381 annunci online per la vendita di prodotti realizzati con specie protette.

Le richieste delle organizzazioni

Per la custodia della biodiversità e per prevenire la prossima emergenza sanitaria, il commercio illegale di animali selvatici deve finireGhada Wali - Direttore esecutivo Unodc

“I crimini contro la fauna selvatica mettono a rischio la salute del nostro pianeta e la nostra salute - ha detto mercoledì scorso il direttore esecutivo dell’Unodc Ghada Wali -. Per la custodia della biodiversità e per prevenire la prossima emergenza sanitaria, il commercio illegale di animali selvatici deve finire”. A febbraio la Cina aveva stabilito la chiusura dei mercati con animali vivi, ricevendo il plauso di molte organizzazioni internazionali, ma all’inizio di aprile li ha riaperti, provocando la reazione delle Nazioni unite o degli Stati uniti. Il Wwf chiede chiusura dei “wildlife market” e così fa anche WildAid. “Ci sono molti appelli alla chiusura totale dei wildlife market - conclude Zavagli -. Eliminare i mercati illegali sarebbe un passo importante non solo per prevenire altre pandemie, ma anche per proteggere specie vulnerabili. È anche importante ricordare che una parte del settore è legale, regolamentato, e supporta popolazioni locali ed economie globali”.

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